2026 RASSEGNA PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® XXV ED. 2026 CULTURA CARRIERA IMMAGINAZIONE

 

 

 

 

 

 

COMITATO DEL ‘SECONDO UMANESIMO ITALIANO ®’
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’
alla CULTURA alla CARRIERA alla IMMAGINAZIONE
XXII Edizione 2026 online

Fondatrice e Presidente Rita Mascialino

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Rassegna ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ XXII Edizione 2026 online
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In continuità con la prassi adottata in seno al ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ a partire dalla sua fondazione nel febbraio del 2011 non vengono pubblicati dal Comitato sul sito www.franzkafkaitalia.it, né altrove, i Diplomi e le Motivazioni tranne che su autorizzazione scritta degli interessati, lasciando così ai singoli Vincitori la decisione in merito.

Per gli interessati al Video YouTube relativo al Centenario kafkiano (2024) con analisi a cura di Rita Mascialino di nove opere di Kafka e di nove pregiate Illustrazioni  dell’Archittetto e Artista VINCENZO PIAZZA stanno di seguito le due diverse possibilità:

PRIMO CENTENARIO DELLA MORTE DI FRANZ KAKFA (2024)
youtube.com/watch?v=yAuSOkXqFB4

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Documentazione cartacea e digitale edita da
CLEUP EDITRICE UNIVERSITÀ DI PADOVA
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In onore e memoria di

FRANZ KAFKA

(Praga 1883 – Kierling Vienna 1924)

Il più grande scrittore di tutti i tempi

Uomo di straordinaria intelligenza

Uomo di rara nobiltà d’animo e bontà

 

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Segue l’analisi semantica di un Racconto breve Franz Kafka:

 Rita Mascialino, (2026) Franz Kafka: Die Bäume.

Testo del Racconto breve:

“Denn wir sind wie Baumstämme im Schnee. Scheinbar liegen sie glatt auf, und mit kleinem Anstoß sollte man sie wegschieben können. Nein, das kann man nicht, denn sie sind fest mit dem Boden verbunden. Aber sieh, sogar das ist nur scheinbar.” (Frankfurt am Main Deutschland: Fischer Taschenbuch Verlag 1970: Sämtliche Erzählungen (19): Hersg. Paul Raabe 1969: Nachwort: Paul Raabe 1969, 389-390).

 “Perché noi siamo come tronchi d’albero nella neve. Apparentemente vi si poggiano sopra a filo e li si dovrebbe poter togliere vie spostandoli con una piccola spinta. No, questo non lo si può, perché sono saldamente legati al suolo. Però vedi, persino questo è solo apparente.” (Trad. di Rita Mascialino)

Il Racconto breve o più esattamente brevissimo Die Bäume offre una significativa osservazione kafkiana sul piano argomentativo relativa agli umani che sono comparati a tronchi d’albero, cui la neve nasconde la loro radicazione nel suolo rendendoli come fossero soltanto appoggiati così da poterli togliere con piccolo sforzo, chiarendo con una comparazione analogica: come fossero birilli posti su un piano pavimento senza alcun fissaggio. Questa impressione di appoggio su superficie regge però solo in apparenza, visto che gli alberi hanno radici che li legano al suolo, come anche gli umani sono legati al suolo terrestre. Si deve evidenziare che Per altro il termine tedesco Boden esprime nel contesto di alberi e umani, un doppio significato: la terra, ma anche la parte più bassa di qualcosa, così che alberi e umani sono anche legati inevitabilmente al basso, al più basso, livello. Questo secondo il termine Boden e non Erde, terra, scelto da Kafka per i suoi alberi come allusione al  radicamento e per i suoi umani come allusione al legame con la terra implicitamente come madre anche come derivazione dalla creazione biblica – un’aggiunta fuori analisi: in ebraico adamàh significa terra e adàm significa uomo, i termini ebraici che Kafka conosceva inevitabilmente dalla liturgia, in italiano appunto Adamo, per completare la digressione associativa: Eva si dice in ebraico chavvàh che significa colei che dà la vita. E fin qui il significato è di reale persistenza rispetto all’apparenza di significato opposto, precarietà nel tenere la posizione. Tuttavia, aggiunge Kafka, addirittura il legame che fissa alberi e umani al suolo, alla terra, al basso, è solo apparente. Il finale kafkiano dice che nulla è valore in sé nella vita, sia a livello di flora che umano. Dapprima predomina il significato della stabilità di alberi e umani implicitamente radicati al suolo – alla vita o, come sopra, più esattamente al basso della vita –, ciò che abbatte l’apparenza di cui all’inizio in quanto risulta impossibile sradicare alberi e umani dal suolo, anche dal basso in cui staziona la vita, cui sono saldamente legati. Poi però, da ultimo, anche il legame di alberi e uomini al suolo, al basso, pur già ritenuto possibile nella premessa del ragionamento, risulta una certezza solo apparente, ciò che non salva nulla dalla sola apparenza, per quanti ragionamenti si possano fare. Grande Kafka davvero, non ingannabile da falsi concetti per quanto gratificanti e promettenti belle cose – andando nei concetti generali espressi nel Racconto. Nulla permane dunque in vita, neppure nel metaforico basso secondo Kafka, nulla ha una qualche stabilità in radici qualsiasi, domina la più totale precarietà materiale e di valori, tutto è solo apparenza. In questo contesto l’unica certezza pare implicitamente essere e restare la volontà e la capacità di ragionare, di analizzare, di capire come stiano le cose. In altri termini: non ci sono speranze che tangano, non ci sono illusioni che reggano all’analisi, all’osservazione, ma c’è la penetrazione del pensiero nel mondo per capirlo, come dimostra il Racconto. Perché è pensando e argomentando che le cose rivelano la loro apparenza. Non può esistere alcuna radicazione della vita, si perdoni la diafora, alla vita tranne che nell’illusione, nella speranza, atteggiamenti di pensiero e di personalità che tuttavia non albergano mai in Kafka, che non si ferma alle apparenze, ma procede nel ragionare, senza demordere, anche sapendo che nulla permane.

Va dedicato qualche cenno di analisi anche alla neve, che è protagonista primaria del Racconto, anche se magari non presa in considerazione nel comodo e superficiale mondo dell’ovvio. Alla fine il freddo che la contraddistingue e solo pare ricoprire l’ancoraggio – illusorio – della vita alla terra, si manifesta, nello specifico contesto del Racconto dove non permangono illusioni, come ancoraggio della vita al freddo della morte cui la neve allude mentre contribuisce a dare e dà illusioni di vita, del tutto apparenti sia in un senso che nell’altro.

Rita Mascialino

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ARTISTA ESCLUSIVO DEL ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’
FABRIZIO NICOLETTI
(Tivoli RM-I)

STAMPA FIRMATA DA DISEGNO ACQUARELLATO
Il cavallo nero*

conferita ai Vincitori del ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ (2026)

*Opera di Fabrizio Nicoletti riferita alla identificazione di Rita Mascialino con esegesi linguistica relativamente alla criptica metamorfosi in cavallo nero (1996 e segg.) insita nel racconto di Franz Kafka Der plötzliche Spaziergang (1912), La passeggiata improvvisa.

 

Fabrizio Nicoletti:

-‘Premio Franz Kafka Italia ®’ all’Immaginazione XVII Ed. 2024.

-Primo Premio al ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ per il Disegno Artistico XVIII Ed. 2024.

 

Mascialino, R., (2024) Fabrizio Nicoletti, ‘Il cavallo nero’. Tecnica: mista in carboncino, acquarello e tempera. Recensione.

Il Disegno Artistico dell’Architetto Fabrizio Nicoletti intitolato Il cavallo nero, realizzato in stile surrealista con tecnica mista a carboncino, acquarello e tempera su cartoncino, evidenzia l’eccellente padronanza nelle due arti sia per la geometria dei tracciati, sia per la raffinata stesura delle sfumature cromatiche. L’opera si riferisce al celebre racconto di Franz Kafka Der plötzliche SpaziergangLa passeggiata improvvisa (1912) come omaggio dell’Artista a Kafka sulla base dell’esegesi innovativa del racconto da parte di Rita Mascialino (1996 e segg.) relativa all’identificazione della metamorfosi in cavallo nero implicita al testo kafkiano. La rappresentazione di tale metamorfosi nel passaggio dal testo di parole alla condensazione portata dall’immagine è interpretata con impatto artisticamente originale da Nicoletti: mentre in Kafka dominano le tenebre al punto che non si distinguono i contorni dell’animale che si sta ergendo nella sua vera forma dall’oscurità della notte attorno ad esso così che l’evento si verifica nel buio più totale – immagine kafkiana non riproducibile in un ambito visivo concreto e solo  per così dire di casa nell’ambito delle immagini mentali dove tutto è possibile –, nell’opera di Fabrizio Nicoletti è presente  uno sfondo bianco, riservando il nero alla imponente coda del morello e ai capelli di colui che si sta trasformando, quasi essi siano un gentile inizio di criniera. Di profonda risonanza semantico-emozionale risulta la scelta estetica di dare alla metamorfosi l’impronta della scomposizione angolata di eco cubista come essa avvenisse a pezzi  da armonizzare in linee morbide successivamente, particolarmente adatta ad esprimere il divenire faticoso di una fusione stilizzata  e simbolica tra umano e cavallino che allude con un tocco sinistro, seppure diversamente, all’atmosfera della metamorfosi che informa la tenebrosa ideazione dell’inconscio kafkiano che appare quasi come un buco nero dalla creatività che tutto ingoi  per poi ricreare la vita nell’arte. Tale kafkiana creatività si ripropone elegantemente modificata in Nicoletti, ma non in modo da non poter essere riconosciuta nella sua matrice di riferimento, nella dinamica della metamorfosi nella parte centrale e posteriore del corpo tra l’umano e l’equino, nonché anche negli arti anteriori umani e già quasi cavallini, così che il simbolico animale pare essere in procinto di introiettare ormai quanto di umano resti.  A dare respiro a tale inquietante quanto emozionalmente molto suggestivo effetto estetico insito nel disegno di Fabrizio Nicoletti stanno le cromie degli azzurri e dei rosa portate dagli acquarelli in alto nello sfondo che si riferiscono a un’oscurità non totale, segno di ancoraggio ancora presente ai colori della vita non assorbiti o non assorbibili totalmente per l’Artista Nicoletti dall’oscurità per quanto foriera di estrema potenza creativa come nel completo titanismo kafkiano della metamorfosi in cavallo nero, la quale appunto in Nicoletti non abbandona del tutto sentimenti più umani.

Così nel complesso Disegno Artistico, dalla profonda semantica espressa in un’estetica finissima, di Fabrizio Nicoletti Il cavallo nero, di cui si sono esplicitati i poli più significativi riferiti comparativamente alla medesima metamorfosi in Kafka.

Rita Mascialino

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Cenni biografici relativi a FABRIZIO NICOLETTI

Artista Esclusivo del Premio,

su gentile Autorizzazione dell’Artista stesso alla pubblicazione:

Fabrizio Nicoletti (Tivoli RM-I), di grande creatività e sensibilità artistica, è Architetto su conseguimento di Laurea Triennale in ‘Tecnica di progettazione del Paesaggio e dei Giardini’ e Laurea Specialistica Magistrale in ‘Architettura del Paesaggio’ presso l’Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma. Sulla base della conoscenza delle più varie tecniche come gli sono note dai suoi studi accademici  specifici, è rinomato Illustratore artistico di diverse opere letterarie, nonché del Manuale ufficiale per la dispensa didattica del Corso di Formazione per ‘Soccorritore Aeroportuale Vigili del Fuoco’, ambito in seno al quale espleta anche la sua professione di Vigile del Fuoco prestando servizio in via operativa diretta presso numerosi Distaccamenti, già con intervento straordinario di supporto alle vittime del terremoto dell’Aquila nel 2009. Ha al suo attivo diverse Mostre d’Arte personali presso importanti Gallerie nazionali ed è risultato Finalista nel Concorso Mondiale della NASA per l’ideazione di un Logo. Partecipa annualmente alla ‘Mostra Integrazione’ con i ragazzi psichiatrici e diversamente abili di vari Istituti, tra cui l’Istituto Don Orione di Roma. Collabora con interventi grafici alla Rivista online remusic.it. Accanto all’impegno lavorativo e nelle arti visive, segue Corsi per l’ammissione al Biennio Superiore del Conservatorio in chitarra classica, che suona in vari Istituti e Teatri. Accompagna musicalmente le presentazioni di scrittori e poeti, con repertorio dai chitarristi classici a Fryderyk Chopin tra gli altri. Compone improvvisazioni musicali di ideazione personale. Dal curriculum di Fabrizio Nicoletti si evince come la sua esistenza si esplichi tra i due poli principali rappresentati dalla tensione al volontariato – come la sua stessa professione di Vigile del Fuoco lascia indirettamente intuire per l’immancabile sostegno dato dalla volontà di aiutare il prossimo quando in situazioni estreme di rischio della vita – e all’arte visiva e musicale, una vita dunque che Fabrizio Nicoletti spende precipuamente per il bene del prossimo e per il polo più fine della personalità umana: l’Arte.”

Rita Mascialino

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VINCITORI
XXII ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla CULTURA
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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026

FEDERICA CASINI (Manciano GR-I) ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

Federica Casini, (2020) Vittime e capri espiatori nell’opera di Victor Hugo. Gioacchino Onorati Editore (Canterano RM): Prefazione di Alberto Beretta Anguissola: Saggio, 35-36, 49-50, 51.

“(…) Ai danni di natura percettiva e mentale causati dalla deformità fisica si sono aggiunti in seguito i guasti di natura morale. La mostruosità del corpo ha reso Quasimodo cattivo, selvaggio, bruto (…) La cattiveria, tuttavia, non è interamente imputabile al mostro; è al contrario il risultato delle umiliazioni che il diverso ha sempre dovuto sopportare a causa del suo aspetto fisico (…) È la società ad aver reso cattivo Quasimodo. La malvagità è solo un’armatura che il campanaro ha preso a indossare per difendersi dagli attacchi degli altri, una parziale rivincita che l’oggetto del disprezzo universale si prende sui suoi persecutori. L’isolamento in cui vive il Gobbo non è bastato infatti a sottrarre quest’ultimo alla curiosità morbosa del popolo. La comunità di Parigi vede in Quasimodo una presenza demoniaca che anima la chiesa di Notre–Dame, presenza temuta e disprezzata al contempo, come accade ad ogni caper emissarius che si rispetti (…) Gli unici momenti in cui Quasimodo abbandona il suo isolamento sono le uscite con Frollo per le vie di Parigi, accompagnate da ingiurie, scherni ed umiliazioni di ogni sorta (…) Il sospetto penchant satanico di Hugo potrebbe far ipotizzare un voluto accostamento tra Quasimodo e il diavolo. Le analogie evidenti riscontrate nei due riti escludono tuttavia l’ipotesi di una glorifica zione occulta di Satana dietro l’episodio dell’investitura di Quasimodo. L’intenzione di Hugo è, piuttosto, quella di sferrare un violento attacco alle società discriminatorie e persecutorie di tutti i tempi (…) La Fête des Fous si conclude, sappiamo, in Place de Grève, la piazza in cui si eseguono le condanne a morte. La circolarità della festa, che torna a celebrare la sua conclusione proprio nel luogo in cui avvengono le esecuzioni capitali, conferma in modo inequivocabile la teoria girardiana delle origini sacrificali di ogni rito. Alla luce di quanto esposto, diventa comprensibile come il Pape des Fous possa fare ritorno il giorno seguente sulla piazza in cui era stato accompagnato trionfante ed esservi lapidato dalla stessa folla che poco prima l’aveva acclamato. Girard attribuisce la repentina e contraddittoria condotta del gruppo al mimetismo della folla. Gli appartenenti alla comunità si influenzano in modo fanatico l’uno con l’altro e si imitano reciprocamente, prima nell’adulazione poi nell’ostilità (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
LUCREZIA CILENTI (San Giovanni Rotondo FG-I) ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lucrezia Cilenti(2026) Blu il granchio. ev Casa Editrice (Macerata MC): Saggio, 23-24, 62-64.

“(…) Fu durante una mattina umida e silenziosa, quando il cielo sopra la laguna era ancora plumbeo e immobile, che vidi per la prima volta una femmina ovigera di Callinectes sapidus. L’avevo estratta con cura da una nassa poco distante dalla foce, attratta dal movimento fulmineo delle sue chele. Ma ciò che la rendeva diversa dalle altre era il ventre gonfio, ricoperto da una massa compatta di uova arancioni. Mi arrestai. La tenni sospesa per qualche secondo sull’acqua come si farebbe con un oggetto sacro, consapevole di essere testimone di un momento cruciale. Era la conferma di ciò che avevo sospettato per mesi, una traccia tangibile che questa specie aliena non era solo un ospite passeggero delle nostre acque: si stava riproducendo. E lo faceva con sorprendente naturalezza, adattandosi ai microhabitat delle lagune salmastre del Gargano, dove la salinità, l’apporto d’acqua dolce delle numerose sorgenti e la disponibilità di rifugi le erano favorevoli. Ricordo con precisione le caratteristiche dell’esemplare: un carapace lungo poco meno di sedici centimetri, le chele con punte fiammate di color arancio, bordi laterali acumina ti, le zampe posteriori appiattite come pagaie. Ma ciò che mi colpì più di tutto fu la forma dell’addome: a cupola, ampio, pieno. Era il segno inequivocabile della maturità sessuale e della fertilità. Quando osservai attentamente i pleopodi, le setole vibranti erano ricoperte da un grumo denso di uova che sembravano pulsare di una vita propria, come una pro messa o una minaccia passeggera delle nostre acque: si stava riproducendo (…) Il giorno in cui ho letto con attenzione il report sulle strategie di gestione delle specie aliene invasive, mi trovavo nel mio ufficio con la finestra spalancata sulla laguna. Fuori le acque si muovevano lente, appena increspate da un libeccio mite che, come me, sembrava voler riflettere più che agire. Dentro, invece, tutto era movimento. In quel momento la riflessione sul passaggio da minaccia a risorsa si è fatta vivida come il riflesso dell’alga rossa nel vetro dell’acquario. Forse anche noi, come i granchi, attra versiamo mute dolorose, che non sono altro che strategie evolutive. Forse questa specie aliena, tanto temuta, poteva diventare un catalizzatore per nuove relazioni culturali, sociali, economiche. Ma come? Non bisognava solo contenere ma integrare. Secondo i nostri studi la pressione crescente delle popolazioni di Callinectes sapidus nei litorali europei meridionali, soprattutto in Italia, Grecia, Spagna, era ormai tale da rendere impossibile una eradicazione efficace. Tuttavia, la specie mostrava potenzialità commerciali enormi: carni pregiate, adattabilità agli allevamenti, un mercato in espansione soprattutto nella ristorazione etnica e gourmet. Da biologa mi ritrovavo a fare i conti con una nuova identità: quella di mediatrice tra scienza e territorio, tra speciazione ecologica e valore economico. Avevo iniziato osservando un alieno. Ora capivo che l’alieno ero io nei confronti di un paradigma di gestione delle risorse naturali che richiedeva un salto quantico di pensiero. Cominciavo a interrogarmi sulle possibilità di capitalizzare l’invasione del granchio blu. Non era una resa. Era un adattamento, come quello che Blu metteva in atto ad ogni muta, abbandonando la vecchia corazza per far posto a un’altra, più ampia, più forte. I pescatori locali avevano già iniziato a vendere granchi blu molli ai ristoratori pugliesi più visionari. Alcuni ricercatori parlavano di soft-shell farming nei bacini lagunari. Alcuni chef stellati avevano creato piatti in cui il granchio blu veniva esaltato come simbolo della nuova mediterraneità. Accoglierlo non bastava. Non si trattava solo di accettare la sua presenza, come si fa con un ospite inatteso. Il granchio blu era molto di più: un invasore silenzioso, ma anche un enigma biologico. Capirlo significava studiarne il ciclo vitale, osservarne le abitudini alimentari, valutare gli effetti della sua comparsa sull’equilibrio fragile della biodiversità locale. La sua forza non stava solo nelle chele. Viveva senza ti mori, privo di predatori naturali, si adattava con inquietante facilità a ogni variazione di salinità. Ovunque trovasse spa zio, cacciava con efficienza spietata, bivalvi, piccoli pesci, nulla era al sicuro. In breve tempo, quel crostaceo diventava una forza trasformativa, capace di riscrivere le regole degli ecosistemi lagunari. Come valorizzarlo, allora, senza lasciare che la sua espansione diventasse una devastazione? (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
PIER LUIGI CORSI (Sesto Fiorentino FI-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026 in memoriam.

 

 

 

 

 

 

 

 

Pier Luigi Corsi (da una scena del settimo Capitolo del Romanzo Il processo di Kafka): Pittura a Olio:  Nello studio del pittore Titorelli.

Da alcune Testimonianze d’eccellenza relative alla Mostra citata:

Federico Napoli (Critico e Storico d’Arte), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Questa mostra di Pier Luigi Corsi e, così, un raro e intenso esempio del possibile connubio fra letteratura e pittura, rispettose entrambe delle specifiche diversità, l’autore seguendo come un’ossessione personale volta a una puntigliosa ricerca di verità, che nel ripetersi del tema quadro dopo quadro arriva quasi a sfiorare la risoluzione degli indissolubili angoscianti condizionatori legami che stringono l’individuo (vittima e testimone) alla collettività…”

Remo Cantoni (Filosofo), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Non avrebbe senso considerare la pittura di Corsi come un’esegesi puntuale e figurativa delle scene del romanzo [Il processo]. Senza scrupoli filologici di riscontro testuale, Corsi ha attinto da Kafka lo spunto per esprimere un suo mondo interiore, una sua atmosfera fantastica pervasa di incubo e di angoscia. È singolare questo fenomeno di atmosfere… I suoi dipinti, ove campeggia la figura dell’uomo sfigurato, ormai senza volto, soffocato da spazi che si contorcono e l’opprimono, inseguito da aguzzini che non concedono tregua, è l’immagine spettrale di un mondo senza pace…”

Sergio Coradeschi (Architetto), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Pier Luigi Corsi ha dedicato con spirito attento una nutrita serie di dipinti di grande formato ispirati al ‘Processo’ di Kafka che viene rappresentato presentato nei momenti salienti lungo tutto l’arco degli sconcertanti avvenimenti descritti nell’opera letteraria. I dipinti son o di grandi dimensioni si è detto e non poteva essere altrimenti perché occorre immergersi direi quasi fisicamente nel quadro per poter partecipare intimamente e globalmente nel mondo kafkiano che esige anzitutto partecipazione…”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
MAURO SQUARZANTI (Castelletto Sopra Ticino NO-I) I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

Maurizio Squarzanti, (2024) ZIXU – Studi sulla cultura celtica di Golasecca. L’«ERMA» di Bretschneider: Roma: 1-2, 11, 8-9. Civico Museo Archeologico: Sesto Calende Varese.

“Ricorre nel 2024 il bicentenario della pubblicazione del libro Battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione ossia Scoperta del campo di P.C. Scipione, delle vestigia del ponte sul Ticino, del sito della battaglia e delle tombe de’ Romani e de’ Galli in essa periti, scritto da Giovan Battista Giani (1788-1857), sacerdote, titolare di due cappellanie in S. Michele di Golasecca e professore di greco e latino presso l’Imperial Regio Ginnasio di S. Alessandro di Milano. L’autore, mosso da un sincero spirito di ricerca nel solco di quel rinnovamento che animava il dibattito dei circoli del mondo culturale europeo – già particolarmente fervido negli ambienti milanesi a partire dalla seconda metà del Settecento – e cresciuto sulle istanze della nuova cultura illuminista («Così si producono le premesse per la fondazione di un atteggiamento di pensiero che col tempo può tra sformare in principi pratici…»: Ka n t 1784) da lui evocata nella prefazione quando afferma: «le lettere e le scienze colla scorta de’ lumi della filosofia hanno fatto mirabili progressi», proiettandosi ben al di là del suo status di ecclesiasta presentava ‘le antichità’ del suo paese natale, Golasecca. Il titolo richiama in modo esplicito lo scontro sostenuto dagli eserciti cartaginese e romano, nei pressi del fiume Ticino, nel corso della seconda guerra punica; scontro che, sempre secondo l’autore, avrebbe giustificato la presenza dei numerosi reperti, soprattutto tombe, ritrovate sulle colline tra Sesto Calende e Golasecca, al Galliasco, alle Corneliane, al Monsorino, al Malvai e alla Brusada. Egli descrive con cura le sepolture e i recinti di pietra talvolta ancora evidenti nelle radure e sui rilievi collinari delle terre che, in riva sinistra, costeggiano il Ticino all’uscita dal lago Verbano. L’opera si compone di dodici capitoli in gran par te dedicati a descrivere i fatti d’arme e le strategie militari dei due eserciti. In prefazione, nei primi due capitoli e nella chiusa vengono raccontate, descritte e analizzate, le scoperte o quanto a lui riportato in oggetti e racconti. Senza cedere a superstiziose suggestioni, il Giani presenta in maniera oggettiva, con un approccio di stampo positivista, la geografia dei luoghi, i monumentali recinti di pietra – erroneamente interpretati come l’ancoraggio delle tende dell’accampamento romano – i caratteri delle strutture tombali e infine i materiali, ceramici e metallici, in esse contenute. Confronta gli oggetti tra di loro riconoscendo ai reperti una specificità territoriale non confrontabile con quanto fino ad allora noto, nonostante rilevi una certa affinità dei caratteri alfabetici incisi sul bordo di alcuni fittili con «sigle parimenti etrusche», li analizza negli elementi costitutivi ricercandone gli aspetti funzionali (…) Il titolo della Collana – ZIXU – trova giustificazione nel segno graffito ospitato sul collo del bicchiere recuperato all’interno della sepoltura n. 12/1994, dalla località Presualdo (via Sculati), nel Comune di Sesto Calende. La tomba, per la tipologia dei materiali presenti, si data al secondo quarto del VI sec. a. C. Il segno scrittorio di tradizione etrusco- meridionale, definisce, secondo l’interpretazione più condivisa, il senso di ‘cosa scritta’, in una evocazione semantica che connota l’azione dello scrivere come atto di testimonianza. Un termine quasi profetico per questa iniziativa che intende raccogliere il testimone per porsi come specifico veicolo di conoscenza e divulgazione della Storia golasecchiana (…) Nella letteratura classica e antiquaria numerosi autori si sono interessati delle vicende umane di questi territori, riconoscendo loro, per la prima volta, una identità storica e geo-politica a partire dal racconto della saga di Belloveso21. Nipote del re dei Biturigi, Ambigato, sarà colui che guiderà alcune tribù celtiche della Gallia centrale verso i territori a sud della catena alpina. In particolare Livio colloca questa migrazione duecento anni prima dell’asse dio di Chiusi e dell’occupazione di Roma del 390 a.C. (V, 33, 5) e, successivamente, in coincidenza con il regno di Tarquinio Prisco e la fondazione di Massalia, nel 600 a.C. (V, 34, 1-8). Belloveso, dopo aver combattuto gli etruschi presso il Ticino, si stanziò nel territorio degli Insubres, ritenendo tale nome di buon auspicio in quanto corrispondente a quello di un villaggio della tribù celtica degli Haedui, popolazione al seguito dell’occupazione. E fonda la città di Mediolanum. Un racconto che non trova unanime considerazione e condivisione tra gli studiosi, ma che assume rilievo storico per la correlazione centro-occidentale e la fondazione del suo più importante centro: Milano. Polibio (II, 17, 4) ricorda gli Insubri come appartenenti alla più importante tribù celtica, mentre da altre fonti, Plinio in particolare (III, 124-134), ap prendiamo di altre popolazioni stanziate nell’area prealpina centro-occidentale tra cui gli Orobi, tra Como e Bergamo, e i Leponti, nell’area alpina del Ticino. un quadro che, se da un lato mostra pro cessi paleogenetici complessi anche per la difficoltà di correlare in maniera puntuale i dati delle fonti con la realtà archeologica, con margini di indeterminatezza nell’identificazione degli ethne in relazione ai loro confini geografici e alle loro precipue aree di influenza, dall’altro sembra mettere in luce una realtà protostorica, coincidente o quanto meno molto vicina, nelle sue diverse accezioni territoriali, a quella che oggi definiamo cultura di Golasecca. Una koinè riconducibile nel suo demotico prevalente, quello degli Insubres, a un’area di ascendenza celtica che, al di là di come si voglia interpretare la testimonianza liviana, sta sempre più chiaramente delineandosi nella documentazione archeologi ca ben prima dell’invasione che portò al sacco di Roma del 390 a.C. Si articolano e si consolidano, in stretta connessione con i caratteri dell’ambiente geografico, legami e rapporti di relazioni e di sistema tali da produrre e proiettare verso l’esterno una riconoscibilità territoriale fortemente unitaria e identitaria (figg. 4-5). modo inequivocabile un riferimento geografico, un ruolo di appartenenza, una riconoscibile identità culturale, un’idea di unità territoriale, con formulazioni che si sono talvolta intrecciate a esplicite rivendica zioni di carattere autonomista che ancora traspaiono nelle parole di Gabriele Verri: «Insubres sumus non Latini»24 del 1747. Questo termine ha attraversato i secoli mantenendo sostanzialmente intatta la sua connotazione territoriale e assumendo, in tempi recenti, una veste di ufficialità, in occasione della costituzione di Enti quali la Comunità di Lavoro della Regio Insubrica25, istituita nel 1995 e l’Ateneo universitario dell’Insubria fondato nel 1998. La cultura di Golasecca ne rappresenta e ne sintetizza l’aspetto archeologico (…)”

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VINCITORI
XXII ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla CARRIERA

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
FABIO DOTTA (Castelletto Sopra Ticino NO-I) I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CARRIERA XXII Ed. 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabio Dotta, (2025) Incisione all’Acquaforte: Praga, Ponte San Carlo.

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VINCITORI
XXII ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla IMMAGINAZIONE

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 Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
PAOLO AGNOLI (Roma-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Agnoli, (2012) Hiroshima e il nostro senso morale – Analisi di una decisione drammatica. Guerini e Associati: Milano: 192-193, 194, 195-197: Prefazione di Giulio Sapelli.

“(…) Una delle critiche che spesso si è mossa (come visto anche da parte di alcuni scienziati americani di quel tempo, quelli del Rapporto Franck) alla decisione di costruire la bomba è che ciò avrebbe dato il ‘la’ a una corsa agli armamenti atomici che avrebbe messo a repentaglio il futuro stesso dell’umanità. Questo è effettivamente un punto delicato, su cui non è certo facile ancora oggi arrivare a conclusioni definitive. Alcune considerazioni sono però possibili. Prima di tutto, ho cercato di mostrare che, una volta che certi esperimenti (assolutamente autonomi) lo avevano reso possibile (le realizzazioni scientifiche hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo), in tanti paesi del mondo si iniziarono progetti per costruire la bomba. L’America ebbe la possibilità di arrivare prima e, malgrado una forte ritrosia iniziale ad avviare un progetto, ci riuscì. Gli Stati Uniti non ebbero in ogni caso il potere, mi si consenta una battuta, di promulgare un principio fisico che rendesse impossibile la costruzione dell’ordigno! Se non avessero costruito loro la bomba, voglio dire, prima o poi lo avrebbe fatto qualche altro paese. Come ho già sottolineato e mostrato, alla Germania (come al Giappone!) non mancò la volontà, ma la capacità. Senza dimenticare che anche l’Unione Sovietica, come mostrato nel paragrafo precedente, aveva iniziato un progetto nucleare sulla base delle prime informazioni provenienti dagli inglesi, quindi contemporaneamente se non addirittura se non addirittura prima degli americani; furono poi le terribili condizioni interne dovute all’aggressione tedesca e le capacità scientifiche/industriali che rallentarono il progetto ma non, anche qui, la volontà. Questi fatti, venuti pienamente alla luce solo negli ultimi anni, non erano certamente a conoscenza degli scienziati del Rapporto Franck che, come visto, erano soprattutto preoccupati del fatto che una corsa agli armamenti sarebbe iniziata “dopo la nostra prima dimostrazione dell’esistenza delle armi nucleari”. In ogni caso è un fatto storico che la corsa agli armamenti nucleari fu iniziata da tedeschi e quindi dagli inglesi, questi ulti mi terrorizzati più di altri all’idea che Hitler si dotasse di ordigni atomici. Andrebbe addirittura sottolineato che agli americani, al contrario di tutti gli altri, agli inizi non mancò la capacità ma la volontà. Solo per le forti pressioni dei fisici venuti dall’Europa e quindi dei politici inglesi, come ho mostrato, Roosevelt si decise infine a dare il via a un vero progetto nucleare. Quindi gli americani non iniziarono la corsa agli armamenti nucleari: la vinsero. Furono costretti a gareggiare e, come ho mostrato, arrivarono primi innanzitutto perché, a differenza di altri, accolsero persone da tutto il mondo indipendentemente dal loro credo politico, religioso o all’appartenenza di ‘razza’. Inoltre per ché non discriminarono le donne (o almeno lo fecero in modo minore di altri). Dovremmo considerare tutto questo una colpa, un atteggiamento immorale? (…) Dobbiamo in ogni caso laicamente constatare che, a differenza di quanto legittimamente temuto dagli scienziati del Rapporto Franck, dal lancio dell’atomica l’umanità ha goduto del più lungo periodo di pace a livello internazionale nella storia. Secondo von Neumann e Teller, per esempio, è stata proprio la ricerca vincente sulle armi nucleari che ha fornito agli Stati Uniti la capacità di scoraggiare l’uso degli ordigni nucleari da parte di alcuno, nel corso di decine e decine di anni. E avevano fatto questa previsione già nel 1945 (…) Nel paragrafo 2.1 ho brevemente accennato al fatto che durante le guerre, a causa del contesto che viene a crearsi, si possono otte nere risultati, per esempio relativi allo sviluppo tecnologico, particolarmente utili anche nei futuri dopoguerra. Ci piaccia o no è stato sempre così25. Questo in particolare avvenne indubbiamente nella seconda guerra mondiale26. Ovviamente, non ci dovrebbe neppure essere bisogno qui di dirlo, l’incommensurabile infelicità generale che una guerra in ogni caso procura (morti, feriti, dolori, tragedie indicibili, distruzioni di ogni tipo ecc.) rende quei risultati assolutamente di secondo piano in una valutazione globale. Il tema che questi fatti suggeriscono, piuttosto, è quello di come poter creare un conte sto decisamente favorevole agli sviluppi scientifici e tecnologici anche (e magari di più!) durante la pace. Ebbene, forse il risulta to indiretto più importante del progetto Manhattan fu quello di aver dato il via a soluzioni organizzative e modalità operative di fare ricerca che si sono poi imposte nelle società del dopoguerra. Soluzioni che hanno permesso uno sviluppo della scienza e della tecnologia con un’accelerazione mai sperimentata prima dall’umanità in tanti e tanti secoli, esclusi appunto i periodi di belligeranza. Nella storia del progetto Manhattan sono già presenti caratteristiche tipiche delle società attuali: di fatto possiamo dire che allora avvenne per la prima volta il passaggio dal procedimento industriale (produzione di strumenti) al procedimento post-industriale (produzione di innovazione) e si imposero la centralità del lavoro scientifico, la creatività collettiva e soprattutto i comporta menti organizzativi capaci di incentivarla. Tratto distintivo del XX secolo dopo il progetto Manhattan, e inizialmente proprio su modello di quest’ultimo, fu che il processo innovativo divenne fortemente istituzionalizzato e molto più sistematico di quanto non fosse stato nel XIX secolo. Questo cambiamento ebbe luogo prima in America, poi pian piano in tutto il mondo. Il modello vincente del progetto Manhattan favorì in modo decisivo l’unione fra ricerca e sistema della produzione che diede il via a sua volta all’età della ‘big science’, ovvero l’uso su larga scala di apparati, metodologie e strumentazione per la disponibilità di enormi supporti finanziari. Come è stato messo in luce in un recente lavoro sulla storia della tecnologia americana, paradossalmente, il successo del progetto nel creare armamenti dal potere distruttivo senza prece denti contribuì alle rosee previsioni postbelliche circa le possibilità di vasto utilizzo della scienza a vantaggio del benessere socia le, in America ma poi dovunque (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ANNA CANTAGALLO (Roma-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

(Fotografia dell’Autrice: pubblicazione in attesa di una Fotografia che non superi il MB previsto nel Bando/Modulo 2026)

 

 

 

 

 

 

 

Anna Cantagallo, (2020) Arazzo Familiare. Castelvecchi Edizioni (Lit Edizioni): Roma: 26-28.

“(…) Ma ora dimmi, Romeo, che novità ci sono?». «Molte e brutte, purtroppo. Vieni, sediamoci. Devo leggerti una nota che ho preso al commissariato dove lavoro». Sedettero su due botti affiancate che rilasciavano ancora un antico sentore di vino. Romeo, acceso un lumicino da chiesa apparso dalla sua tasca, mostrò a Giovanni una copia velina. Iniziò a leggere: Questura di Roma, 6 marzo 1944 Oggetto: Incursione aerea del 3 marzo 1944 su Roma. La mattina del 3 corrente, verso le ore 10, aerei nemici in più ondate hanno sorvolato la Capitale sganciando numerose bombe in diversi quartieri della città. Sono rimasti colpiti alcuni centri abitati. Il terrore che viene dal cielo si è abbattuto sul quartiere della Garbatella. Si hanno a deplorare numerose vittime tra la popolazione civile. I danni maggiori sono stati riportati nella zona del quartiere Ostiense, dalla piazza S. Paolo a piazza del Gazometro. Le abitazioni in gran parte sono crollate e altre minacciano di crollare. La linea ferroviaria Roma-Civitavecchia, nel tratto adiacente al Campo Boario, è stata sconvolta dalle bombe che hanno centrato molti carri ferroviari tra cui uno, carico di munizioni. Una bomba, caduta tra il piazzale Ostiense e piazza Porta S. Paolo, ha divelto ambedue i binari del tram; un’altra bomba demoliva il sottopassaggio tra l’edificio della Porta S. Paolo e la Piramide Cestia. Diverse bombe danneggiavano il cimitero degli acattolici. Alla Garbatella, in via Benzoni, crollavano i due fabbricati siti ai 26 numeri 5 e 7. Il piano stradale di detta via era reso impraticabile e la circolazione della linea tranviaria n. 22 restava interrotta. A tutt’oggi sono stati accertati 140 morti e 157 feriti. Firmato: il Questore P. Caruso «Via Benzoni 5. Quindi il nostro palazzo è stato distrutto; la nostra casa non esiste più», disse Giovanni con un filo di voce. «Il bombardamento è stato in grande stile» precisò Romeo «184 apparecchi americani Marauder, partiti dalla base di Decimomannu, in Sardegna, e scortati da sei Spitfire, hanno centrato la stazione Ostiense, il loro obiettivo, scaricando una quantità enorme di ordigni. Una strage, Giovanni mio, una strage». «Oh, mio Dio! E io ero lì, ero lì…». «Ma le notizie peggiori sono altre» sospirò Romeo. «La mattina era chiara, non c’era alcuna possibilità di equivocare. Le case popolari in via Ostiense e in via dei Conciatori sono state completamente distrutte mentre del palazzo di via Pellegrino Matteucci, dove c’era il vostro rifugio, non è rimasto quasi nulla. Sono mort…». Giovanni gli chiuse la bocca con una mano. Strinse forte e a lungo per tacitarlo. Non voleva sapere di più. Essere scampato alla morte, fuggendo con la camionetta delle suore del convento lì vicino, gli ricordava che la morte era sempre pronta a incombere su lui e sulla sua famiglia Giovanni gli chiuse la bocca con una mano. Strinse forte e a lungo per tacitarlo. Non voleva sapere di più. Essere scampato alla morte, fuggendo con la camionetta delle suore del convento lì vicino, gli ricordava che la morte era sempre pronta a incombere su lui e sulla sua famiglia. Sentì le viscere contorcersi dalla paura, dalla rabbia. «Maledetta guerra. Maledetti americani, maledetti crucchi!» imprecò alzandosi in piedi. Dette un pugno violento alla botte. Con un gesto della mano Romeo lo zittì: «Sssh! Dobbiamo essere cauti. Parla piano. Qualcuno potrebbe essere in ascolto». «Hai ragione. Le spie sono dappertutto, anche tra gli amici. Ma ora, Romeo, racconta» lo incoraggiò Giovanni. «Non puoi capire quello che ho visto, quello che ho sentito dire in giro. In questi giorni dormo pochissimo: solo due o tre ore di un sonno agitato di morte e distruzioni. Tuttavia, quando lavoro, mi meraviglio di non sentire alcun ribrezzo nel vedere i cadaveri squarciati lasciati lì, nella strada, in balìa degli animali». 27 Si prese la testa fra le mani, reprimendo a stento un singhiozzo. Giovanni gli mise un braccio sulle spalle come da bambini, quando s’incoraggiavano a vicenda. Anche lui sapeva che non c’erano più nemmeno le bare per seppellire i morti. «Le città sono quasi deserte» continuò Romeo a voce ancora più bassa «si aggirano solo i ladri, degli sciacalli. L’altro giorno ne ho fermato uno che a una donna…». S’interruppe. Non riusciva a scacciare l’immagine del ladro che toglieva la catenina a una bimba morta, in braccio alla mamma che vagava inebetita dopo la caduta dell’ennesi ma bomba. «Le donne si muovono da sole, senza nessuna protezione» s’inserì Giovanni «per cercare di portare a casa un poco di pane, solo un poco di pane, da accompagnare alle erbe trovate nei campi». «Neanche il pane basta per tutti. Ci sono stati degli assalti ai forni. Ti ricordi il mulino Tesei?». «Quello del ponte di Ferro, all’Ostiense? Noi andavamo lì con la tessera annonaria, anche se di farina in quel pane ce ne era davvero poca; forse segatura, ceci, e chissà cos’altro». «Già, proprio quello. Si è saputo che panificava per i tedeschi e al lora le donne affamate, con i loro bambini in collo, hanno forzato i cancelli per prendere la farina, della vera farina bianca, usando i figli come scudi ma…» continuò Romeo «ma…qualcuno avvertì i tedeschi. Dieci donne non sono riuscite a scappare». «Le hanno fucilate, non è vero?». «Sì, e poi le hanno abbandonate sulla ringhiera del ponte fino al giorno dopo, per monito alla popolazione». «Maledetti i borsari neri! Solo loro hanno la pancia piena». Giovanni iniziò a singhiozzare sulla spalla del fratello. (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ELISABETTA ORSINI (Roma): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

(Copertina del libro: pubblicazione in attesa di una Fotografia che non superi il MB previsto nel Bando/Modulo 2026)

 

 

 

 

 

 

 

Elisabetta Orsini, (2025) Incipit. Sulla genesi dell’opera d’arte. Mimesis Edizioni: Milano-Udine: 52-54.

“(…) Mi chiedo se sia possibile disegnare una mappa oltre che del per corso d’opera anche del suo processo di pura costruzione mentale. Una cartografia di tutti i segni che gli artisti hanno pensato e poi cancellato muovendosi dentro loro stessi come dentro a un bosco, avanzando e arretrando e poi cambiando direzione. Sarebbe magnifico riuscire a entrare dentro a questo totalmente astratto atelier mentale e visionare le mappe delle opere immaginate, come se si stesse in una biblioteca o in un museo geografico. Ma queste carte sembrano scritte su una materia mobile, acquatica; ricordano quell’acqua sulla quale Keats pensava scritto in epigrafe il suo nome: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”. La mappa cerebrale che ho definito acquatica potrebbe essere tra scritta soltanto da uno studioso capace di rivolgere la sua attenzione a stati del pensiero cangianti, approssimativi, momentanei, fulminei. Questo studioso dovrebbe saper osservare la sua mente come se fosse la mente di un altro e occorrerebbe che riuscisse a pensare senza perdere memoria del suo pensiero, né dei percorsi compiuti, degli arretramenti e delle impasses. Avendo memoria di tutto questo, lo studioso si troverebbe tuttavia ad affrontare il problema precedente mente esposto ovvero quello del passaggio dal segno mentale a quel lo materiale; egli dovrebbe essere capace di riportare velocemente gli eventi del pensiero, sapendo annotarne l’esatto garbuglio, ovvero tutto ciò che avviene anche in intensità dentro al pensiero e non sol tanto in estensione sul regno della carta. Ebbene non potrebbe fare a meno di contaminare i due mondi, perché impossibile sarebbe restare all’interno della sola mappa “ideale”. Inoltre la sua mano non riuscirebbe a viaggiare alla velocità della mente che con estrema difficoltà, perché la mente sa procedere in più direzioni contemporaneamente attraverso forme di pensiero multiplo parallelo e avviene che s’inoltri in visioni, in rapide intuizioni non facilmente trascrivibili, in ricordi, o anche in stati annebbiati e confusi che purtuttavia – creativamente parlando – significano qualcosa. Può essere che talora ci si inganni rispetto alla ricchezza del pro proprio pensiero; nel momento in cui rifulge nell’atelier del cervello, esso sembra preciso come una lama e pare imporsi come se fosse L’elaborazione dell’incipit un’opera compiuta, già cesellata con un lungo lavorìo. A chi li ha pensati, i segni mentali possono apparire perfetti; costui vorrebbe che la mano li traducesse tali e quali sulla materia. Tuttavia per esperienza sappiamo che questa ricchezza nel momento della sua traduzione in segno esterno talora svanisce. Il pensiero originario sembrava più bello e più esatto, la sua espressione si rivela una lontana eco del prototipo interno. Vien da chiedersi se quel fulgore della mente non sia un vivace inganno dovuto a uno stato di ebbrezza, a un’illusione: comunque esso non è sempre capace di reggere l’urto del confronto con la materia. Certamente un problema è quello relativo al carattere effimero dei segni interni. Sarebbe bello se riuscissero a incidersi subito su pietra e se non tendessero invece a svanire alla luce del sole, al contatto con l’aria. Se la materia è inefficace a esprimere quell’originaria intensità, ciò accade anche perché non sempre riesce a catturarla e a farla propria. Dunque è difficile capire dove inizi l’inganno e dove invece sussista una reale incapacità di tradurre adeguatamente un mondo nell’altro. L’incipit è composto da materia viva. Non è un semplice oggetto creato dall’artista attraverso manipolazioni della materia, ma è il nucleo incipitario di un organismo dotato di una sua vita propria. L’artista intercetta la vita dentro alle cose apparentemente morte e coniuga queste forze con le sue proprie forze spirituali. Da una parte ci sono i segni aerei e mutevoli della mente, dall’altra le forze vitali e organiche della materia. Nel punctum nasce la sintesi tra queste due vitalità che s’incontrano, s’incastrano, si ridefiniscono dialetticamente producendo uno sviluppo. I segni del linguaggio appartengono a questo mondo della materia oltre che al più puro e impalpabile piano semantico; i significanti sono vivi, così come è vivo il foglio, la fibra della carta che incontra la mano che scrive, il colore spremuto sulla tavolozza e steso con il pennello. È questo universo di forme e di forze che l’artista cerca di penetrare e svelare mediante il punctum. Riassumendo si può pensare a una lunga linea senza soluzione di continuità che contenga alle sue due estremità la mente dell’artista e il corpo del mondo: ebbene le forme sono sezioni di tale linea, ovvero punti di stabilizzazione di “movimenti” nati dal confronto tra gli estremi. 54 Incipit A proposito di questa complessa dialettica tra mente e punctum, occorre ritornare sui casi, cui abbiamo già accennato, in cui l’artista scopre l’opera mentre la produce, e non riesce a prevederla intera mente dentro di sé, ma la rinviene nel complesso rapporto con il mondo. Lo sviluppo dell’opera si svolge fuori dalla mente dell’artista, nella concatenazione dei segni che egli ha attivato e sui quali continua a lavorare. (…)

 

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
FEDERICO PAPALIA (Mirandola MO-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

FEDERICO PAPALIA, (2025) L’Immortal Materia. Dalla nascita della materia all’intelligenza artificiale: la vocazione dell’uomo per l’immortalità. Amazon.it: 8-9, 37, 57, 136-138.

“(…) C’è una legge, silenziosa e implacabile, che attraversa l’intero universo, dalle nubi di gas primordiali che hanno generato le stelle fino al decadimento termico delle ultime particelle. Una legge che, a differenza della gravità o dell’elettromagnetismo, non costruisce: consuma, dissolve, disperde. È l’entropia. Eppure, non c’è nulla di più creativo della sua distruzione. Perché è proprio la tensione tra ordine e disordine, tra struttura e disgregazione, che ha dato origine al tempo, alla vita, e persino alla coscienza. Questo libro si apre con l’entropia non per caso, ma per necessità. Ogni riflessione sull’immortalità, sulla memoria e sulla tecnica parte da qui: dal riconoscimento che ogni cosa che esiste è soggetta a un lento, costante scivolamento verso la fine. Entropia è il nome fisico della morte, la sua grammatica nascosta. Ma è anche il segreto del divenire, la condizione stessa che rende possibile il cambiamento. Lungi dall’essere un concetto relegato ai manuali di termodinamica, l’entropia rappresenta il primo specchio in cui l’uomo ha scorto la propria caducità e, paradossalmente, anche la propria volontà di sfuggirle. Come diremo più avanti, essa è la soglia concettuale oltre la quale il desiderio di permanenza — e quindi di immortalità — comincia a prendere forma (..) Come abbiamo già accennato, l’entropia rappresenta una grandezza profondamente misteriosa e controintuitiva, che sfugge a una definizione semplice. A livello intuitivo, l’abbiamo associata al concetto di disordine, di degradazione dell’organizzazione e di perdita di struttura. Ma questa descrizione, per quanto evocativa e utile a visualizzare il decadimento della materia, non rende ancora piena giustizia alla profondità concettuale di questa grandezza. Qui, l’entropia smette di essere solo una misura della disgregazione per rivelarsi come qualcosa di ancor più radicale: un elemento intimamente e indissolubilmente connesso alla natura stessa del tempo. L’entropia, infatti, possiede una caratteristica unica nel panorama delle leggi fisiche: è l’unica grandezza che introduce una distinzione netta e incontrovertibile tra un “prima” e un “dopo”, che spezza la simmetria temporale delle equazioni fondamentali introducendo una freccia inequivocabile nel flusso temporale. Mentre tutte le altre leggi della fisica classica sono indifferenti alla direzione del tempo, l’entropia impone una direzione preferenziale, stabilisce un verso obbligatorio per l’evoluzione dei sistemi fisici (…) In questo senso, la morte diventa motore del divenire: è proprio la prospettiva del collasso a spingere i sistemi viventi a sperimentare, a variare, a selezionare le strategie più resilienti. Senza la minaccia del disordine, senza il confine ultimo del non-essere, non ci sarebbero né evoluzione, né innovazione, né diversificazione. Il destino di ogni specie è scritto nell’ultimo atto della sua esistenza: l’inevitabile ritorno al caos. Ma è in questo ritorno che si apre una nuova breccia di possibilità, dove nuove forme di vita possono sorgere, dove nuove soluzioni possono emergere. (…)

Homo Faber, Homo Deus e l’inganno dell’Homo Intellectualis Tornando alla linea tracciata nel sesto capitolo tra Homo Faber e Homo Deus, noi ci troviamo nel mezzo. Siamo Homo Intellectualis: creature che pensano, che creano, ma che non agiscono più nel mondo materiale, bensì in una dimensione astratta. I dispositivi digitali ci fanno credere di essere ancora Homo Faber – costruttori, manipolatori di oggetti reali – ma in realtà viviamo esperienze filtrate, simulate, virtuali. Giochiamo, creiamo, modifichiamo – ma lo facciamo nello spazio simbolico dei dati, non più nella terra, nella pietra, nella materia. Il bambino moderno è un esempio emblematico. Cresce con la convinzione di poter lasciare traccia di sé sin da subito: basta aprire un profilo, pubblicare una foto, un video. Ma questa traccia non è costruzione. È solo esposizione. Il problema non è che il bambino usi la tecnologia, ma che creda che la visibilità sia memoria, che l’identità sia un contenuto, che il mondo sia uno schermo. Così, trascurerà tutte quelle attività fondamentali che lo formerebbero davvero: l’apprendimento lento, l’artigianato, il gioco costruttivo, l’esplorazione concreta del mondo.

Il caso Minecraft e l’inganno creativo Minecraft, come altri giochi di simulazione e strategia, è un esempio perfetto di questa dinamica che è anche alla base del loro successo. L’utente si sente creatore di mondi, architetto, ingegnere, esploratore. Ma tutto avviene all’interno di una realtà digitale, non trasferibile nel mondo reale se non simbolicamente. Il giocatore è convinto di agire come un Homo Faber, ma non manipola la materia, bensì i dati. Non lascia una traccia nel mondo, ma in un server. Il problema non è il gioco in sé – che ha potenzialità cognitive ed educative – ma l’assenza di consapevolezza: se l’utente non distingue tra costruzione reale e costruzione simulata, rischia di illudersi di essere diventato “immortale” prima ancora di capire chi è.

Denatalità e tradizione: la fragilità della cultura Un’ultima riflessione riguarda la denatalità e la memoria culturale. In un mondo sempre più globalizzato e digitalizzato, le culture locali – con le loro lingue, rituali, storie, codici – si stanno dissolvendo. La trasmissione intergenerazionale si è interrotta. Ma se non siamo noi a prenderci cura della nostra eredità, chi lo farà? Le culture non sopravvivono da sole. Non basta documentarle. Come la memoria, hanno bisogno di essere vissute, incarnate, praticate. Conservare la cultura significa onorare i nostri morti, le loro visioni, le loro fatiche. Non si tratta di nostalgia, ma di responsabilità. L’uomo è ciò che eredita. Distruggere la propria memoria culturale significa accettare di dissolversi nel tempo. Come ogni altra entità sottoposta all’entropia, anche la cultura muore se non riceve energia: e l’energia, in questo caso, è attenzione, cura, trasmissione.

Immortalità come tensione, non come possesso Siamo giunti alla fine di questo viaggio. Dalla polvere stellare all’intelligenza artificiale, l’essere umano ha cercato di sconfiggere la morte con ogni mezzo. Ma forse la morte non è l’antagonista. È il limite che dà forma alla vita, che le conferisce urgenza, bellezza, significato. È la fine che rende ogni attimo degno di essere vissuto. L’immortalità non è una condizione da possedere, ma una tensione da abitare. L’uomo non deve diventare eterno, ma creare come se lo fosse. Costruire mondi, memorie, legami, opere. Agire come Homo Faber, pensare come Homo Deus, ma vivere come Homo Sapiens: sapendo di essere mortale, e proprio per questo, capace di infinito (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ANNA MARIA PESCETTO (Albisola Superiore-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

Anna Maria Pescetto, (2026) Le disavventure di Lucille Gaben e altri racconti. EBS Print: Da La foresta di Huelgoat. 39-42,

“(…) Il giorno seguente Lucille decise di andare nella fore sta di Huelgoat, sentiva l’esigenza di evadere da quella realtà che la faceva soffrire così tanto ed era già stata in quei posti che profondamente amava e il suo desiderio era quello di stare sola. Partì con la sua auto molto presto, percorse tutta la strada, a fatica teneva gli occhi aperti inondati dalle lacrime, infine si arrestò e si incamminò nella boscaglia. Il tempo non contava ormai più, camminava con passo le sto e lasciò il sentiero. Si sentiva vuota e senza scopi, ora le lacrime le procurava no bruciore, gli occhi erano gonfi e arrossati, ma non riusciva a fermarle. Gli alberi fitti e i cespugli lasciavano lo spazio appena sufficiente per lasciar passare un gatto: non era possibile proseguire. Ciuffi di castagno sembravano sbarrarle anche lo sguardo e non permettevano che vedesse il cielo, doveva essere tutto buio intorno e dentro di lei. In quei momenti era incapace di volere, quegli attimi lunghi come mai non permettevano un minimo mutamento, era paralizzata anche nel subconscio. L’acqua… Improvvisamente udì l’acqua scorrere tra un sasso e l’altro, percepì una forma di movimento e si accorse di riprendere in un istante la vita fra le mani, la stessa vita che non voleva più. Il vento spostava le nuvole velocemente e sembrava che 39 qualche goccia di pioggia cadesse già: questa percezione del reale le fece accelerare il passo. Ora pioveva forte e qualche lampo solcava il cielo. Lucille vide una costruzione in pietra, poteva essere una vecchia stalla, e si avvicinò. Erano rovine, l’erba fuoriusciva da ogni crepa e il pavimento, che avrebbe dovuto essere in terra battuta, era ridotto a prato incolto. Udì un forte rimbombo che la fece sussultare, seguito da un rumore sordo di sassi che rotolavano. Sbirciò da un grande foro nel muro e vide la frana a pochi metri da lei. Terrorizzata chiamò aiuto ma nessuno rispose se non il rumore incessante e spaventoso dello smottamento. Restò per un attimo paralizzata non sapendo cosa fare, poi si allontanò in fretta da quel luogo. Il terriccio e i sassi avrebbero potuto travolgerla da un momento all’altro. Corse per quanto le fu possibile sul terreno in pendenza. Cadde, si rialzò: i capelli s’impigliarono in un ramo basso, strappò con forza la ciocca, urlò di dolore e riprese a correre inciampando continuamente. Finalmente ritrovò il sentiero, lo percorse fino alla radura dove aveva lasciato l’auto; provò ad accenderla e al primo tentativo fallì, in seguito riuscì ad avviarla e si diresse verso casa. Guidava con difficoltà, le braccia dolenti faticavano a reggere il volante, aprì il finestrino e un odore intenso di muschio e di foglie marce invase l’abitacolo e lo richiuse subito. Pensava alla paura provata, a quanto aveva rischiato di venir sepolta dalla frana, si ripromise di non rischiare più in quel modo. Trascorse un giorno nella grande dimora, Octave cercava di riflettere con obiettività sugli ultimi avvenimenti e dopo una lunga riflessione fece chiamare Lucille dalla governante e l’attese nello studio. «Devo parlarti, Lucille, siediti». Disse con il viso più cupo del solito. Lei si sedette davanti alla vecchia scrivania, teneva gli oc chi bassi come un condannato in attesa della decapitazione. «Ho parlato con l’avvocato per la nostra separazione e mi ha consigliato di attendere. Sinceramente credo che sia la cosa migliore da fare anche se, per essere coerente con i miei princìpi, dovrei lasciarti. Ma non posso. Il destino ti ha già punito togliendoti il bambino». Ci fu una lunga pausa e la donna, sempre con gli occhi bassi, pareva rimpicciolirsi, magra e minuta com’era sembrava scomparire. Il suo pensiero vagava alla ricerca di un punto fermo della sua vita dal quale ripartire, finché raggiunse l’immagine di Philippe e da lui non si distolse. Lucille provò un odio lacerante verso se stessa. Ho tradito e umiliato Octave e ora mi perdona? Pensò. Sul piano del tavolo caddero delle lacrime, lei non si mosse. «Non avevo mai visto i tuoi occhi gonfi dal troppo piange re e segnati dalle notti insonni, ma soprattutto non avevo mai visto i tuoi occhi spenti… Nonostante tutto anch’io ho dei sentimenti e ho imparato a osservare chi mi è accanto, anche se tu non lo crederai». Disse Octave. 41 Lucille taceva e ascoltava rassegnata con lo sguardo inespressivo di chi dalla vita non si aspetta più nulla. Il marito la osservava, si alzò e, senza parlare, uscì dalla stanza. Rimasta sola a lottare contro se stessa, travagliata dal forte senso di colpa e dal desiderio di rivedere il suo amato, Lucille soffriva. E più pensava a Philippe più si odiava. Si stava insinuando nella sua mente un pensiero positivo di stima per il marito: l’aveva tradito, umiliato e nonostante tutto sembrava perdonarla. La donna intuiva la nobiltà d’animo dell’uomo che aveva sposato (…)”

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Al termine di questa Rassegna, il mio riconoscente saluto va a tutti i Partecipanti, Vincitori e non, che hanno onorato il ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ offrendo la loro pregiata attività culturale e le loro opere al festeggiamento di FRANZ KAFKA come scrittore e come uomo, come persona, ed esprimo loro il mio più sentito ringraziamento!

                                                        Rita Mascialino (detta Maddalena *)

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*In onore, memoria e gratitudine per la nonna materna Maddalena Fornasari, Sarizzola di Costa Vescovato AL.

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Franz Kafka (1906), Alamy Photo Stock.

Rita Mascialino (2024)

Studio Fotografico VALENTINA VENIER Udine

I risultati con i nomi dei Vincitori alle tre Edizioni del ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ 2026 resteranno nel sito alle ‘Comunicazioni del Premio’ fino ai prossimi risultati delle Edizioni 2027 a scadenza dei Concorsi. Le Rassegne resteranno fino alla scadenza delle tre prossime Edizioni nel Menu di navigazione (homepage), per poi passare nell’Archivio delle Edizioni del ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ (Menu di navigazione Archivio delle Rassegne).

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Franz Kafka (1906), Alamy Photo Stock.

Rita Mascialino (2024)

Studio Fotografico VALENTINA VENIER Udine

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COMITATO DEL ‘SECONDO UMANESIMO ITALIANO ®’
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’
alla CULTURA alla CARRIERA alla IMMAGINAZIONE
XXII Edizione 2026 online

Fondatrice e Presidente Rita Mascialino

 

Rassegna ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ XXII Edizione 2026 online
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In continuità con la prassi adottata in seno al ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ a partire dalla sua fondazione nel febbraio del 2011 non vengono pubblicati dal Comitato sul sito www.franzkafkaitalia.it, né altrove, i Diplomi e le Motivazioni tranne che su autorizzazione scritta degli interessati, lasciando così ai singoli Vincitori la decisione in merito.

Per gli interessati al Video YouTube relativo al Centenario kafkiano (2024) con analisi a cura di Rita Mascialino di nove opere di Kafka e di nove pregiate Illustrazioni  dell’Archittetto e Artista VINCENZO PIAZZA stanno di seguito le due diverse possibilità:

PRIMO CENTENARIO DELLA MORTE DI FRANZ KAKFA (2024)
youtube.com/watch?v=yAuSOkXqFB4

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Documentazione cartacea e digitale edita da
CLEUP EDITRICE UNIVERSITÀ DI PADOVA
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In onore e memoria di

FRANZ KAFKA

(Praga 1883 – Kierling Vienna 1924)

Il più grande scrittore di tutti i tempi

Uomo di straordinaria intelligenza

Uomo di rara nobiltà d’animo e bontà

 

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Segue l’analisi semantica di un Racconto breve Franz Kafka:

 

Rita Mascialino, “Franz Kafka: Die Bäume.”

 

Testo del Racconto breve:

 

“Denn wir sind wie Baumstämme im Schnee. Scheinbar liegen sie glatt auf, und mit kleinem Anstoß sollte man sie wegschieben können. Nein, das kann man nicht, denn sie sind fest mit dem Boden verbunden. Aber sieh, sogar das ist nur scheinbar.”

 

(Frankfurt am Main Deutschland: Fischer Taschenbuch Verlag 1970: Sämtliche Erzählungen (19): Hersg. Paul Raabe 1969: Nachwort: Paul Raabe 1969, 389-390).

 

“Perché noi siamo come tronchi d’albero nella neve. Apparentemente vi si poggiano sopra a filo e li si dovrebbe poter togliere vie spostandoli con una piccola spinta. No, questo non lo si può, perché sono saldamente legati al suolo. Però vedi, persino questo è solo apparente.” (Trad. di Rita Mascialino)

 

Il Racconto breve o più esattamente brevissimo Die Bäume offre una significativa osservazione kafkiana sul piano argomentativo relativa agli umani che sono comparati a tronchi d’albero, cui la neve nasconde la loro radicazione nel suolo rendendoli come fossero soltanto appoggiati così da poterli togliere con piccolo sforzo, chiarendo con una comparazione analogica: come fossero birilli posti su un piano pavimento senza alcun fissaggio. Questa impressione di appoggio su superficie regge però solo in apparenza, visto che gli alberi hanno radici che li legano al suolo, come anche gli umani sono legati al suolo terrestre. Si deve evidenziare che Per altro il termine tedesco Boden esprime nel contesto di alberi e umani, un doppio significato: la terra, ma anche la parte più bassa di qualcosa, così che alberi e umani sono anche legati inevitabilmente al basso, al più basso, livello. Questo secondo il termine Boden e non Erde, terra, scelto da Kafka per i suoi alberi come allusione al  radicamento e per i suoi umani come allusione al legame con la terra implicitamente come madre anche come derivazione dalla creazione biblica – un’aggiunta fuori analisi: in ebraico adamàh significa terra e adàm significa uomo, i termini ebraici che Kafka conosceva inevitabilmente dalla liturgia, in italiano appunto Adamo, per completare la digressione associativa: Eva si dice in ebraico chavvàh che significa colei che dà la vita. E fin qui il significato è di reale persistenza rispetto all’apparenza di significato opposto, precarietà nel tenere la posizione. Tuttavia, aggiunge Kafka, addirittura il legame che fissa alberi e umani al suolo, alla terra, al basso, è solo apparente. Il finale kafkiano dice che nulla è valore in sé nella vita, sia a livello di flora che umano. Dapprima predomina il significato della stabilità di alberi e umani implicitamente radicati al suolo – alla vita o, come sopra, più esattamente al basso della vita –, ciò che abbatte l’apparenza di cui all’inizio in quanto risulta impossibile sradicare alberi e umani dal suolo, anche dal basso in cui staziona la vita, cui sono saldamente legati. Poi però, da ultimo, anche il legame di alberi e uomini al suolo, al basso, pur già ritenuto possibile nella premessa del ragionamento, risulta una certezza solo apparente, ciò che non salva nulla dalla sola apparenza, per quanti ragionamenti si possano fare. Grande Kafka davvero, non ingannabile da falsi concetti per quanto gratificanti e promettenti belle cose – andando nei concetti generali espressi nel Racconto. Nulla permane dunque in vita, neppure nel metaforico basso secondo Kafka, nulla ha una qualche stabilità in radici qualsiasi, domina la più totale precarietà materiale e di valori, tutto è solo apparenza. In questo contesto l’unica certezza pare implicitamente essere e restare la volontà e la capacità di ragionare, di analizzare, di capire come stiano le cose. In altri termini: non ci sono speranze che tangano, non ci sono illusioni che reggano all’analisi, all’osservazione, ma c’è la penetrazione del pensiero nel mondo per capirlo, come dimostra il Racconto. Perché è pensando e argomentando che le cose rivelano la loro apparenza. Non può esistere alcuna radicazione della vita, si perdoni la diafora, alla vita tranne che nell’illusione, nella speranza, atteggiamenti di pensiero e di personalità che tuttavia non albergano mai in Kafka, che non si ferma alle apparenze, ma procede nel ragionare, senza demordere, anche sapendo che nulla permane.

Va dedicato qualche cenno di analisi anche alla neve, che è protagonista primaria del Racconto, anche se magari non presa in considerazione nel comodo e superficiale mondo dell’ovvio. Alla fine il freddo che la contraddistingue e solo pare ricoprire l’ancoraggio – illusorio – della vita alla terra, si manifesta, nello specifico contesto del Racconto dove non permangono illusioni, come ancoraggio della vita al freddo della morte cui la neve allude mentre contribuisce a dare e dà illusioni di vita, del tutto apparenti sia in un senso che nell’altro.

Rita Mascialino

 

 

 

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ARTISTA ESCLUSIVO DEL ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’
FABRIZIO NICOLETTI
(Tivoli RM-I)

STAMPA FIRMATA DA DISEGNO ACQUARELLATO
Il cavallo nero*

conferita ai Vincitori del ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ (2026)

*Opera di Fabrizio Nicoletti riferita alla identificazione di Rita Mascialino con esegesi linguistica relativamente alla criptica metamorfosi in cavallo nero (1996 e segg.) insita nel racconto di Franz Kafka Der plötzliche Spaziergang (1912), La passeggiata improvvisa.

 

Fabrizio Nicoletti:

-‘Premio Franz Kafka Italia ®’ all’Immaginazione XVII Ed. 2024.

-Primo Premio al ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ per il Disegno Artistico XVIII Ed. 2024.

 

Mascialino, R., (2024) Fabrizio Nicoletti, ‘Il cavallo nero’. Tecnica: mista in carboncino, acquarello e tempera. Recensione.

Il Disegno Artistico dell’Architetto Fabrizio Nicoletti intitolato Il cavallo nero, realizzato in stile surrealista con tecnica mista a carboncino, acquarello e tempera su cartoncino, evidenzia l’eccellente padronanza nelle due arti sia per la geometria dei tracciati, sia per la raffinata stesura delle sfumature cromatiche. L’opera si riferisce al celebre racconto di Franz Kafka Der plötzliche SpaziergangLa passeggiata improvvisa (1912) come omaggio dell’Artista a Kafka sulla base dell’esegesi innovativa del racconto da parte di Rita Mascialino (1996 e segg.) relativa all’identificazione della metamorfosi in cavallo nero implicita al testo kafkiano. La rappresentazione di tale metamorfosi nel passaggio dal testo di parole alla condensazione portata dall’immagine è interpretata con impatto artisticamente originale da Nicoletti: mentre in Kafka dominano le tenebre al punto che non si distinguono i contorni dell’animale che si sta ergendo nella sua vera forma dall’oscurità della notte attorno ad esso così che l’evento si verifica nel buio più totale – immagine kafkiana non riproducibile in un ambito visivo concreto e solo  per così dire di casa nell’ambito delle immagini mentali dove tutto è possibile –, nell’opera di Fabrizio Nicoletti è presente  uno sfondo bianco, riservando il nero alla imponente coda del morello e ai capelli di colui che si sta trasformando, quasi essi siano un gentile inizio di criniera. Di profonda risonanza semantico-emozionale risulta la scelta estetica di dare alla metamorfosi l’impronta della scomposizione angolata di eco cubista come essa avvenisse a pezzi  da armonizzare in linee morbide successivamente, particolarmente adatta ad esprimere il divenire faticoso di una fusione stilizzata  e simbolica tra umano e cavallino che allude con un tocco sinistro, seppure diversamente, all’atmosfera della metamorfosi che informa la tenebrosa ideazione dell’inconscio kafkiano che appare quasi come un buco nero dalla creatività che tutto ingoi  per poi ricreare la vita nell’arte. Tale kafkiana creatività si ripropone elegantemente modificata in Nicoletti, ma non in modo da non poter essere riconosciuta nella sua matrice di riferimento, nella dinamica della metamorfosi nella parte centrale e posteriore del corpo tra l’umano e l’equino, nonché anche negli arti anteriori umani e già quasi cavallini, così che il simbolico animale pare essere in procinto di introiettare ormai quanto di umano resti.  A dare respiro a tale inquietante quanto emozionalmente molto suggestivo effetto estetico insito nel disegno di Fabrizio Nicoletti stanno le cromie degli azzurri e dei rosa portate dagli acquarelli in alto nello sfondo che si riferiscono a un’oscurità non totale, segno di ancoraggio ancora presente ai colori della vita non assorbiti o non assorbibili totalmente per l’Artista Nicoletti dall’oscurità per quanto foriera di estrema potenza creativa come nel completo titanismo kafkiano della metamorfosi in cavallo nero, la quale appunto in Nicoletti non abbandona del tutto sentimenti più umani.

Così nel complesso Disegno Artistico, dalla profonda semantica espressa in un’estetica finissima, di Fabrizio Nicoletti Il cavallo nero, di cui si sono esplicitati i poli più significativi riferiti comparativamente alla medesima metamorfosi in Kafka.

Rita Mascialino

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Cenni biografici relativi a FABRIZIO NICOLETTI

Artista Esclusivo del Premio,

su gentile Autorizzazione dell’Artista stesso alla pubblicazione:

Fabrizio Nicoletti (Tivoli RM-I), di grande creatività e sensibilità artistica, è Architetto su conseguimento di Laurea Triennale in ‘Tecnica di progettazione del Paesaggio e dei Giardini’ e Laurea Specialistica Magistrale in ‘Architettura del Paesaggio’ presso l’Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma. Sulla base della conoscenza delle più varie tecniche come gli sono note dai suoi studi accademici  specifici, è rinomato Illustratore artistico di diverse opere letterarie, nonché del Manuale ufficiale per la dispensa didattica del Corso di Formazione per ‘Soccorritore Aeroportuale Vigili del Fuoco’, ambito in seno al quale espleta anche la sua professione di Vigile del Fuoco prestando servizio in via operativa diretta presso numerosi Distaccamenti, già con intervento straordinario di supporto alle vittime del terremoto dell’Aquila nel 2009. Ha al suo attivo diverse Mostre d’Arte personali presso importanti Gallerie nazionali ed è risultato Finalista nel Concorso Mondiale della NASA per l’ideazione di un Logo. Partecipa annualmente alla ‘Mostra Integrazione’ con i ragazzi psichiatrici e diversamente abili di vari Istituti, tra cui l’Istituto Don Orione di Roma. Collabora con interventi grafici alla Rivista online remusic.it. Accanto all’impegno lavorativo e nelle arti visive, segue Corsi per l’ammissione al Biennio Superiore del Conservatorio in chitarra classica, che suona in vari Istituti e Teatri. Accompagna musicalmente le presentazioni di scrittori e poeti, con repertorio dai chitarristi classici a Fryderyk Chopin tra gli altri. Compone improvvisazioni musicali di ideazione personale. Dal curriculum di Fabrizio Nicoletti si evince come la sua esistenza si esplichi tra i due poli principali rappresentati dalla tensione al volontariato – come la sua stessa professione di Vigile del Fuoco lascia indirettamente intuire per l’immancabile sostegno dato dalla volontà di aiutare il prossimo quando in situazioni estreme di rischio della vita – e all’arte visiva e musicale, una vita dunque che Fabrizio Nicoletti spende precipuamente per il bene del prossimo e per il polo più fine della personalità umana: l’Arte.”

Rita Mascialino

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VINCITORI
XXI ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla CULTURA
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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026

FEDERICA CASINI (Manciano GR-I) ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

Federica Casini, (2020) Vittime e capri espiatori nell’opera di Victor Hugo. Gioacchino Onorati Editore (Canterano RM): Prefazione di Alberto Beretta Anguissola: Saggio, 35-36, 49-50, 51.

“(…) Ai danni di natura percettiva e mentale causati dalla deformità fisica si sono aggiunti in seguito i guasti di natura morale. La mostruosità del corpo ha reso Quasimodo cattivo, selvaggio, bruto (…) La cattiveria, tuttavia, non è interamente imputabile al mostro; è al contrario il risultato delle umiliazioni che il diverso ha sempre dovuto sopportare a causa del suo aspetto fisico (…) È la società ad aver reso cattivo Quasimodo. La malvagità è solo un’armatura che il campanaro ha preso a indossare per difendersi dagli attacchi degli altri, una parziale rivincita che l’oggetto del disprezzo universale si prende sui suoi persecutori. L’isolamento in cui vive il Gobbo non è bastato infatti a sottrarre quest’ultimo alla curiosità morbosa del popolo. La comunità di Parigi vede in Quasimodo una presenza demoniaca che anima la chiesa di Notre–Dame, presenza temuta e disprezzata al contempo, come accade ad ogni caper emissarius che si rispetti (…) Gli unici momenti in cui Quasimodo abbandona il suo isolamento sono le uscite con Frollo per le vie di Parigi, accompagnate da ingiurie, scherni ed umiliazioni di ogni sorta (…) Il sospetto penchant satanico di Hugo potrebbe far ipotizzare un voluto accostamento tra Quasimodo e il diavolo. Le analogie evidenti riscontrate nei due riti escludono tuttavia l’ipotesi di una glorifica zione occulta di Satana dietro l’episodio dell’investitura di Quasimodo. L’intenzione di Hugo è, piuttosto, quella di sferrare un violento attacco alle società discriminatorie e persecutorie di tutti i tempi (…) La Fête des Fous si conclude, sappiamo, in Place de Grève, la piazza in cui si eseguono le condanne a morte. La circolarità della festa, che torna a celebrare la sua conclusione proprio nel luogo in cui avvengono le esecuzioni capitali, conferma in modo inequivocabile la teoria girardiana delle origini sacrificali di ogni rito. Alla luce di quanto esposto, diventa comprensibile come il Pape des Fous possa fare ritorno il giorno seguente sulla piazza in cui era stato accompagnato trionfante ed esservi lapidato dalla stessa folla che poco prima l’aveva acclamato. Girard attribuisce la repentina e contraddittoria condotta del gruppo al mimetismo della folla. Gli appartenenti alla comunità si influenzano in modo fanatico l’uno con l’altro e si imitano reciprocamente, prima nell’adulazione poi nell’ostilità (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
LUCREZIA CILENTI (San Giovanni Rotondo FG-I) ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

 

Lucrezia Cilenti(2026) Blu il granchio. ev Casa Editrice (Macerata MC): Fotografie di Saggio, 23-24, 62-64.

“(…) Fu durante una mattina umida e silenziosa, quando il cielo sopra la laguna era ancora plumbeo e immobile, che vidi per la prima volta una femmina ovigera di Callinectes sapidus. L’avevo estratta con cura da una nassa poco distante dalla foce, attratta dal movimento fulmineo delle sue chele. Ma ciò che la rendeva diversa dalle altre era il ventre gonfio, ricoperto da una massa compatta di uova arancioni. Mi arrestai. La tenni sospesa per qualche secondo sull’acqua come si farebbe con un oggetto sacro, consapevole di essere testimone di un momento cruciale. Era la conferma di ciò che avevo sospettato per mesi, una traccia tangibile che questa specie aliena non era solo un ospite passeggero delle nostre acque: si stava riproducendo. E lo faceva con sorprendente naturalezza, adattandosi ai microhabitat delle lagune salmastre del Gargano, dove la salinità, l’apporto d’acqua dolce delle numerose sorgenti e la disponibilità di rifugi le erano favorevoli. Ricordo con precisione le caratteristiche dell’esemplare: un carapace lungo poco meno di sedici centimetri, le chele con punte fiammate di color arancio, bordi laterali acumina ti, le zampe posteriori appiattite come pagaie. Ma ciò che mi colpì più di tutto fu la forma dell’addome: a cupola, ampio, pieno. Era il segno inequivocabile della maturità sessuale e della fertilità. Quando osservai attentamente i pleopodi, le setole vibranti erano ricoperte da un grumo denso di uova che sembravano pulsare di una vita propria, come una pro messa o una minaccia passeggera delle nostre acque: si stava riproducendo (…) Il giorno in cui ho letto con attenzione il report sulle strategie di gestione delle specie aliene invasive, mi trovavo nel mio ufficio con la finestra spalancata sulla laguna. Fuori le acque si muovevano lente, appena increspate da un libeccio mite che, come me, sembrava voler riflettere più che agire. Dentro, invece, tutto era movimento. In quel momento la riflessione sul passaggio da minaccia a risorsa si è fatta vivida come il riflesso dell’alga rossa nel vetro dell’acquario. Forse anche noi, come i granchi, attra versiamo mute dolorose, che non sono altro che strategie evolutive. Forse questa specie aliena, tanto temuta, poteva diventare un catalizzatore per nuove relazioni culturali, sociali, economiche. Ma come? Non bisognava solo contenere ma integrare. Secondo i nostri studi la pressione crescente delle popolazioni di Callinectes sapidus nei litorali europei meridionali, soprattutto in Italia, Grecia, Spagna, era ormai tale da rendere impossibile una eradicazione efficace. Tuttavia, la specie mostrava potenzialità commerciali enormi: carni pregiate, adattabilità agli allevamenti, un mercato in espansione soprattutto nella ristorazione etnica e gourmet. Da biologa mi ritrovavo a fare i conti con una nuova identità: quella di mediatrice tra scienza e territorio, tra speciazione ecologica e valore economico. Avevo iniziato osservando un alieno. Ora capivo che l’alieno ero io nei confronti di un paradigma di gestione delle risorse naturali che richiedeva un salto quantico di pensiero. Cominciavo a interrogarmi sulle possibilità di capitalizzare l’invasione del granchio blu. Non era una resa. Era un adattamento, come quello che Blu metteva in atto ad ogni muta, abbandonando la vecchia corazza per far posto a un’altra, più ampia, più forte. I pescatori locali avevano già iniziato a vendere granchi blu molli ai ristoratori pugliesi più visionari. Alcuni ricercatori parlavano di soft-shell farming nei bacini lagunari. Alcuni chef stellati avevano creato piatti in cui il granchio blu veniva esaltato come simbolo della nuova mediterraneità. Accoglierlo non bastava. Non si trattava solo di accettare la sua presenza, come si fa con un ospite inatteso. Il granchio blu era molto di più: un invasore silenzioso, ma anche un enigma biologico. Capirlo significava studiarne il ciclo vitale, osservarne le abitudini alimentari, valutare gli effetti della sua comparsa sull’equilibrio fragile della biodiversità locale. La sua forza non stava solo nelle chele. Viveva senza ti mori, privo di predatori naturali, si adattava con inquietante facilità a ogni variazione di salinità. Ovunque trovasse spa zio, cacciava con efficienza spietata, bivalvi, piccoli pesci, nulla era al sicuro. In breve tempo, quel crostaceo diventava una forza trasformativa, capace di riscrivere le regole degli ecosistemi lagunari. Come valorizzarlo, allora, senza lasciare che la sua espansione diventasse una devastazione? (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
PIER LUIGI CORSI (Sesto Fiorentino FI-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026 in memoriam.

 

 

Pier Luigi Corsi (da una scena del settimo Capitolo del Romanzo Il processo di Kafka): Pittura a Olio:  Nello studio del pittore Titorelli.

Da alcune Testimonianze d’eccellenza relative alla Mostra citata:

Federico Napoli (Critico e Storico d’Arte), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Questa mostra di Pier Luigi Corsi e, così, un raro e intenso esempio del possibile connubio fra letteratura e pittura, rispettose entrambe delle specifiche diversità, l’autore seguendo come un’ossessione personale volta a una puntigliosa ricerca di verità, che nel ripetersi del tema quadro dopo quadro arriva quasi a sfiorare la risoluzione degli indissolubili angoscianti condizionatori legami che stringono l’individuo (vittima e testimone) alla collettività…”

 

Remo Cantoni (Filosofo), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Non avrebbe senso considerare la pittura di Corsi come un’esegesi puntuale e figurativa delle scene del romanzo [Il processo]. Senza scrupoli filologici di riscontro testuale, Corsi ha attinto da Kafka lo spunto per esprimere un suo mondo interiore, una sua atmosfera fantastica pervasa di incubo e di angoscia. È singolare questo fenomeno di atmosfere… I suoi dipinti, ove campeggia la figura dell’uomo sfigurato, ormai senza volto, soffocato da spazi che si contorcono e l’opprimono, inseguito da aguzzini che non concedono tregua, è l’immagine spettrale di un mondo senza pace…”

Sergio Coradeschi (Architetto), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Pier Luigi Corsi ha dedicato con spirito attento una nutrita serie di dipinti di grande formato ispirati al ‘Processo’ di Kafka che viene rappresentato presentato nei momenti salienti lungo tutto l’arco degli sconcertanti avvenimenti descritti nell’opera letteraria. I dipinti son o di grandi dimensioni si è detto e non poteva essere altrimenti perché occorre immergersi direi quasi fisicamente nel quadro per poter partecipare intimamente e globalmente nel mondo kafkiano che esige anzitutto partecipazione…”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
MAURO SQUARZANTI (Castelletto Sopra Ticino NO-I) I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

 

 

 

Maurizio Squarzanti, (2024) ZIXU – Studi sulla cultura celtica di Golasecca. L’«ERMA» di Bretschneider: Roma: 1-2, 11, 8-9. Civico Museo Archeologico: Sesto Calende Varese.

 

“Ricorre nel 2024 il bicentenario della pubblicazione del libro Battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione ossia Scoperta del campo di P.C. Scipione, delle vestigia del ponte sul Ticino, del sito della battaglia e delle tombe de’ Romani e de’ Galli in essa periti, scritto da Giovan Battista Giani (1788-1857), sacerdote, titolare di due cappellanie in S. Michele di Golasecca e professore di greco e latino presso l’Imperial Regio Ginnasio di S. Alessandro di Milano. L’autore, mosso da un sincero spirito di ricerca nel solco di quel rinnovamento che animava il dibattito dei circoli del mondo culturale europeo – già particolarmente fervido negli ambienti milanesi a partire dalla seconda metà del Settecento – e cresciuto sulle istanze della nuova cultura illuminista («Così si producono le premesse per la fondazione di un atteggiamento di pensiero che col tempo può tra sformare in principi pratici…»: Ka n t 1784) da lui evocata nella prefazione quando afferma: «le lettere e le scienze colla scorta de’ lumi della filosofia hanno fatto mirabili progressi», proiettandosi ben al di là del suo status di ecclesiasta presentava ‘le antichità’ del suo paese natale, Golasecca. Il titolo richiama in modo esplicito lo scontro sostenuto dagli eserciti cartaginese e romano, nei pressi del fiume Ticino, nel corso della seconda guerra punica; scontro che, sempre secondo l’autore, avrebbe giustificato la presenza dei numerosi reperti, soprattutto tombe, ritrovate sulle colline tra Sesto Calende e Golasecca, al Galliasco, alle Corneliane, al Monsorino, al Malvai e alla Brusada. Egli descrive con cura le sepolture e i recinti di pietra talvolta ancora evidenti nelle radure e sui rilievi collinari delle terre che, in riva sinistra, costeggiano il Ticino all’uscita dal lago Verbano. L’opera si compone di dodici capitoli in gran par te dedicati a descrivere i fatti d’arme e le strategie militari dei due eserciti. In prefazione, nei primi due capitoli e nella chiusa vengono raccontate, descritte e analizzate, le scoperte o quanto a lui riportato in oggetti e racconti. Senza cedere a superstiziose suggestioni, il Giani presenta in maniera oggettiva, con un approccio di stampo positivista, la geografia dei luoghi, i monumentali recinti di pietra – erroneamente interpretati come l’ancoraggio delle tende dell’accampamento romano – i caratteri delle strutture tombali e infine i materiali, ceramici e metallici, in esse contenute. Confronta gli oggetti tra di loro riconoscendo ai reperti una specificità territoriale non confrontabile con quanto fino ad allora noto, nonostante rilevi una certa affinità dei caratteri alfabetici incisi sul bordo di alcuni fittili con «sigle parimenti etrusche», li analizza negli elementi costitutivi ricercandone gli aspetti funzionali (…) Il titolo della Collana – ZIXU – trova giustificazione nel segno graffito ospitato sul collo del bicchiere recuperato all’interno della sepoltura n. 12/1994, dalla località Presualdo (via Sculati), nel Comune di Sesto Calende. La tomba, per la tipologia dei materiali presenti, si data al secondo quarto del VI sec. a. C. Il segno scrittorio di tradizione etrusco- meridionale, definisce, secondo l’interpretazione più condivisa, il senso di ‘cosa scritta’, in una evocazione semantica che connota l’azione dello scrivere come atto di testimonianza. Un termine quasi profetico per questa iniziativa che intende raccogliere il testimone per porsi come specifico veicolo di conoscenza e divulgazione della Storia golasecchiana (…) Nella letteratura classica e antiquaria numerosi autori si sono interessati delle vicende umane di questi territori, riconoscendo loro, per la prima volta, una identità storica e geo-politica a partire dal racconto della saga di Belloveso21. Nipote del re dei Biturigi, Ambigato, sarà colui che guiderà alcune tribù celtiche della Gallia centrale verso i territori a sud della catena alpina. In particolare Livio colloca questa migrazione duecento anni prima dell’asse dio di Chiusi e dell’occupazione di Roma del 390 a.C. (V, 33, 5) e, successivamente, in coincidenza con il regno di Tarquinio Prisco e la fondazione di Massalia, nel 600 a.C. (V, 34, 1-8). Belloveso, dopo aver combattuto gli etruschi presso il Ticino, si stanziò nel territorio degli Insubres, ritenendo tale nome di buon auspicio in quanto corrispondente a quello di un villaggio della tribù celtica degli Haedui, popolazione al seguito dell’occupazione. E fonda la città di Mediolanum. Un racconto che non trova unanime considerazione e condivisione tra gli studiosi, ma che assume rilievo storico per la correlazione centro-occidentale e la fondazione del suo più importante centro: Milano. Polibio (II, 17, 4) ricorda gli Insubri come appartenenti alla più importante tribù celtica, mentre da altre fonti, Plinio in particolare (III, 124-134), ap prendiamo di altre popolazioni stanziate nell’area prealpina centro-occidentale tra cui gli Orobi, tra Como e Bergamo, e i Leponti, nell’area alpina del Ticino. un quadro che, se da un lato mostra pro cessi paleogenetici complessi anche per la difficoltà di correlare in maniera puntuale i dati delle fonti con la realtà archeologica, con margini di indeterminatezza nell’identificazione degli ethne in relazione ai loro confini geografici e alle loro precipue aree di influenza, dall’altro sembra mettere in luce una realtà protostorica, coincidente o quanto meno molto vicina, nelle sue diverse accezioni territoriali, a quella che oggi definiamo cultura di Golasecca. Una koinè riconducibile nel suo demotico prevalente, quello degli Insubres, a un’area di ascendenza celtica che, al di là di come si voglia interpretare la testimonianza liviana, sta sempre più chiaramente delineandosi nella documentazione archeologi ca ben prima dell’invasione che portò al sacco di Roma del 390 a.C. Si articolano e si consolidano, in stretta connessione con i caratteri dell’ambiente geografico, legami e rapporti di relazioni e di sistema tali da produrre e proiettare verso l’esterno una riconoscibilità territoriale fortemente unitaria e identitaria (figg. 4-5). modo inequivocabile un riferimento geografico, un ruolo di appartenenza, una riconoscibile identità culturale, un’idea di unità territoriale, con formulazioni che si sono talvolta intrecciate a esplicite rivendica zioni di carattere autonomista che ancora traspaiono nelle parole di Gabriele Verri: «Insubres sumus non Latini»24 del 1747. Questo termine ha attraversato i secoli mantenendo sostanzialmente intatta la sua connotazione territoriale e assumendo, in tempi recenti, una veste di ufficialità, in occasione della costituzione di Enti quali la Comunità di Lavoro della Regio Insubrica25, istituita nel 1995 e l’Ateneo universitario dell’Insubria fondato nel 1998. La cultura di Golasecca ne rappresenta e ne sintetizza l’aspetto archeologico (…)”

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VINCITORI
XXII ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla CARRIERA

 

Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
FABIO DOTTA (Castelletto Sopra Ticino NO-I) I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CARRIERA XXII Ed. 2026.

 

Fabio Dotta, Incisione all’Acquaforte: Praga, Ponte San Carlo.

 

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VINCITORI
XXII ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla IMMAGINAZIONE

 

Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
PAOLO AGNOLI (Roma-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

Paolo Agnoli, (2012) Hiroshima e il nostro senso morale – Analisi di una decisione drammatica. Guerini e Associati: Milano: 192-193, 194, 195-197: Prefazione di Giulio Sapelli

“(…) Una delle critiche che spesso si è mossa (come visto anche da parte di alcuni scienziati americani di quel tempo, quelli del Rapporto Franck) alla decisione di costruire la bomba è che ciò avrebbe dato il ‘la’ a una corsa agli armamenti atomici che avrebbe messo a repentaglio il futuro stesso dell’umanità. Questo è effettivamente un punto delicato, su cui non è certo facile ancora oggi arrivare a conclusioni definitive. Alcune considerazioni sono però possibili. Prima di tutto, ho cercato di mostrare che, una volta che certi esperimenti (assolutamente autonomi) lo avevano reso possibile (le realizzazioni scientifiche hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo), in tanti paesi del mondo si iniziarono progetti per costruire la bomba. L’America ebbe la possibilità di arrivare prima e, malgrado una forte ritrosia iniziale ad avviare un progetto, ci riuscì. Gli Stati Uniti non ebbero in ogni caso il potere, mi si consenta una battuta, di promulgare un principio fisico che rendesse impossibile la costruzione dell’ordigno! Se non avessero costruito loro la bomba, voglio dire, prima o poi lo avrebbe fatto qualche altro paese. Come ho già sottolineato e mostrato, alla Germania (come al Giappone!) non mancò la volontà, ma la capacità. Senza dimenticare che anche l’Unione Sovietica, come mostrato nel paragrafo precedente, aveva iniziato un progetto nucleare sulla base delle prime informazioni provenienti dagli inglesi, quindi contemporaneamente se non addirittura se non addirittura prima degli americani; furono poi le terribili condizioni interne dovute all’aggressione tedesca e le capacità scientifiche/industriali che rallentarono il progetto ma non, anche qui, la volontà. Questi fatti, venuti pienamente alla luce solo negli ultimi anni, non erano certamente a conoscenza degli scienziati del Rapporto Franck che, come visto, erano soprattutto preoccupati del fatto che una corsa agli armamenti sarebbe iniziata “dopo la nostra prima dimostrazione dell’esistenza delle armi nucleari”. In ogni caso è un fatto storico che la corsa agli armamenti nucleari fu iniziata da tedeschi e quindi dagli inglesi, questi ulti mi terrorizzati più di altri all’idea che Hitler si dotasse di ordigni atomici. Andrebbe addirittura sottolineato che agli americani, al contrario di tutti gli altri, agli inizi non mancò la capacità ma la volontà. Solo per le forti pressioni dei fisici venuti dall’Europa e quindi dei politici inglesi, come ho mostrato, Roosevelt si decise infine a dare il via a un vero progetto nucleare. Quindi gli americani non iniziarono la corsa agli armamenti nucleari: la vinsero. Furono costretti a gareggiare e, come ho mostrato, arrivarono primi innanzitutto perché, a differenza di altri, accolsero persone da tutto il mondo indipendentemente dal loro credo politico, religioso o all’appartenenza di ‘razza’. Inoltre per ché non discriminarono le donne (o almeno lo fecero in modo minore di altri). Dovremmo considerare tutto questo una colpa, un atteggiamento immorale? (…) Dobbiamo in ogni caso laicamente constatare che, a differenza di quanto legittimamente temuto dagli scienziati del Rapporto Franck, dal lancio dell’atomica l’umanità ha goduto del più lungo periodo di pace a livello internazionale nella storia. Secondo von Neumann e Teller, per esempio, è stata proprio la ricerca vincente sulle armi nucleari che ha fornito agli Stati Uniti la capacità di scoraggiare l’uso degli ordigni nucleari da parte di alcuno, nel corso di decine e decine di anni. E avevano fatto questa previsione già nel 1945 (…) Nel paragrafo 2.1 ho brevemente accennato al fatto che durante le guerre, a causa del contesto che viene a crearsi, si possono otte nere risultati, per esempio relativi allo sviluppo tecnologico, particolarmente utili anche nei futuri dopoguerra. Ci piaccia o no è stato sempre così25. Questo in particolare avvenne indubbiamente nella seconda guerra mondiale26. Ovviamente, non ci dovrebbe neppure essere bisogno qui di dirlo, l’incommensurabile infelicità generale che una guerra in ogni caso procura (morti, feriti, dolori, tragedie indicibili, distruzioni di ogni tipo ecc.) rende quei risultati assolutamente di secondo piano in una valutazione globale. Il tema che questi fatti suggeriscono, piuttosto, è quello di come poter creare un conte sto decisamente favorevole agli sviluppi scientifici e tecnologici anche (e magari di più!) durante la pace. Ebbene, forse il risulta to indiretto più importante del progetto Manhattan fu quello di aver dato il via a soluzioni organizzative e modalità operative di fare ricerca che si sono poi imposte nelle società del dopoguerra. Soluzioni che hanno permesso uno sviluppo della scienza e della tecnologia con un’accelerazione mai sperimentata prima dall’umanità in tanti e tanti secoli, esclusi appunto i periodi di belligeranza. Nella storia del progetto Manhattan sono già presenti caratteristiche tipiche delle società attuali: di fatto possiamo dire che allora avvenne per la prima volta il passaggio dal procedimento industriale (produzione di strumenti) al procedimento post-industriale (produzione di innovazione) e si imposero la centralità del lavoro scientifico, la creatività collettiva e soprattutto i comporta menti organizzativi capaci di incentivarla. Tratto distintivo del XX secolo dopo il progetto Manhattan, e inizialmente proprio su modello di quest’ultimo, fu che il processo innovativo divenne fortemente istituzionalizzato e molto più sistematico di quanto non fosse stato nel XIX secolo. Questo cambiamento ebbe luogo prima in America, poi pian piano in tutto il mondo. Il modello vincente del progetto Manhattan favorì in modo decisivo l’unione fra ricerca e sistema della produzione che diede il via a sua volta all’età della ‘big science’, ovvero l’uso su larga scala di apparati, metodologie e strumentazione per la disponibilità di enormi supporti finanziari. Come è stato messo in luce in un recente lavoro sulla storia della tecnologia americana, paradossalmente, il successo del progetto nel creare armamenti dal potere distruttivo senza prece denti contribuì alle rosee previsioni postbelliche circa le possibilità di vasto utilizzo della scienza a vantaggio del benessere socia le, in America ma poi dovunque (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ANNA CANTAGALLO (Roma-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

Anna Cantagallo, (2020) Arazzo Familiare. Castelvecchi Edizioni (Lit Edizioni): Roma: 26-28.

“(…) Ma ora dimmi, Romeo, che novità ci sono?». «Molte e brutte, purtroppo. Vieni, sediamoci. Devo leggerti una nota che ho preso al commissariato dove lavoro». Sedettero su due botti affiancate che rilasciavano ancora un antico sentore di vino. Romeo, acceso un lumicino da chiesa apparso dalla sua tasca, mostrò a Giovanni una copia velina. Iniziò a leggere: Questura di Roma, 6 marzo 1944 Oggetto: Incursione aerea del 3 marzo 1944 su Roma. La mattina del 3 corrente, verso le ore 10, aerei nemici in più ondate hanno sorvolato la Capitale sganciando numerose bombe in diversi quartieri della città. Sono rimasti colpiti alcuni centri abitati. Il terrore che viene dal cielo si è abbattuto sul quartiere della Garbatella. Si hanno a deplorare numerose vittime tra la popolazione civile. I danni maggiori sono stati riportati nella zona del quartiere Ostiense, dalla piazza S. Paolo a piazza del Gazometro. Le abitazioni in gran parte sono crollate e altre minacciano di crollare. La linea ferroviaria Roma-Civitavecchia, nel tratto adiacente al Campo Boario, è stata sconvolta dalle bombe che hanno centrato molti carri ferroviari tra cui uno, carico di munizioni. Una bomba, caduta tra il piazzale Ostiense e piazza Porta S. Paolo, ha divelto ambedue i binari del tram; un’altra bomba demoliva il sottopassaggio tra l’edificio della Porta S. Paolo e la Piramide Cestia. Diverse bombe danneggiavano il cimitero degli acattolici. Alla Garbatella, in via Benzoni, crollavano i due fabbricati siti ai 26 numeri 5 e 7. Il piano stradale di detta via era reso impraticabile e la circolazione della linea tranviaria n. 22 restava interrotta. A tutt’oggi sono stati accertati 140 morti e 157 feriti. Firmato: il Questore P. Caruso «Via Benzoni 5. Quindi il nostro palazzo è stato distrutto; la nostra casa non esiste più», disse Giovanni con un filo di voce. «Il bombardamento è stato in grande stile» precisò Romeo «184 apparecchi americani Marauder, partiti dalla base di Decimomannu, in Sardegna, e scortati da sei Spitfire, hanno centrato la stazione Ostiense, il loro obiettivo, scaricando una quantità enorme di ordigni. Una strage, Giovanni mio, una strage». «Oh, mio Dio! E io ero lì, ero lì…». «Ma le notizie peggiori sono altre» sospirò Romeo. «La mattina era chiara, non c’era alcuna possibilità di equivocare. Le case popolari in via Ostiense e in via dei Conciatori sono state completamente distrutte mentre del palazzo di via Pellegrino Matteucci, dove c’era il vostro rifugio, non è rimasto quasi nulla. Sono mort…». Giovanni gli chiuse la bocca con una mano. Strinse forte e a lungo per tacitarlo. Non voleva sapere di più. Essere scampato alla morte, fuggendo con la camionetta delle suore del convento lì vicino, gli ricordava che la morte era sempre pronta a incombere su lui e sulla sua famiglia Giovanni gli chiuse la bocca con una mano. Strinse forte e a lungo per tacitarlo. Non voleva sapere di più. Essere scampato alla morte, fuggendo con la camionetta delle suore del convento lì vicino, gli ricordava che la morte era sempre pronta a incombere su lui e sulla sua famiglia. Sentì le viscere contorcersi dalla paura, dalla rabbia. «Maledetta guerra. Maledetti americani, maledetti crucchi!» imprecò alzandosi in piedi. Dette un pugno violento alla botte. Con un gesto della mano Romeo lo zittì: «Sssh! Dobbiamo essere cauti. Parla piano. Qualcuno potrebbe essere in ascolto». «Hai ragione. Le spie sono dappertutto, anche tra gli amici. Ma ora, Romeo, racconta» lo incoraggiò Giovanni. «Non puoi capire quello che ho visto, quello che ho sentito dire in giro. In questi giorni dormo pochissimo: solo due o tre ore di un sonno agitato di morte e distruzioni. Tuttavia, quando lavoro, mi meraviglio di non sentire alcun ribrezzo nel vedere i cadaveri squarciati lasciati lì, nella strada, in balìa degli animali». 27 Si prese la testa fra le mani, reprimendo a stento un singhiozzo. Giovanni gli mise un braccio sulle spalle come da bambini, quando s’incoraggiavano a vicenda. Anche lui sapeva che non c’erano più nemmeno le bare per seppellire i morti. «Le città sono quasi deserte» continuò Romeo a voce ancora più bassa «si aggirano solo i ladri, degli sciacalli. L’altro giorno ne ho fermato uno che a una donna…». S’interruppe. Non riusciva a scacciare l’immagine del ladro che toglieva la catenina a una bimba morta, in braccio alla mamma che vagava inebetita dopo la caduta dell’ennesi ma bomba. «Le donne si muovono da sole, senza nessuna protezione» s’inserì Giovanni «per cercare di portare a casa un poco di pane, solo un poco di pane, da accompagnare alle erbe trovate nei campi». «Neanche il pane basta per tutti. Ci sono stati degli assalti ai forni. Ti ricordi il mulino Tesei?». «Quello del ponte di Ferro, all’Ostiense? Noi andavamo lì con la tessera annonaria, anche se di farina in quel pane ce ne era davvero poca; forse segatura, ceci, e chissà cos’altro». «Già, proprio quello. Si è saputo che panificava per i tedeschi e al lora le donne affamate, con i loro bambini in collo, hanno forzato i cancelli per prendere la farina, della vera farina bianca, usando i figli come scudi ma…» continuò Romeo «ma…qualcuno avvertì i tedeschi. Dieci donne non sono riuscite a scappare». «Le hanno fucilate, non è vero?». «Sì, e poi le hanno abbandonate sulla ringhiera del ponte fino al giorno dopo, per monito alla popolazione». «Maledetti i borsari neri! Solo loro hanno la pancia piena». Giovanni iniziò a singhiozzare sulla spalla del fratello. (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ELISABETTA ORSINI (Roma): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

Elisabetta Orsini, (2025) Incipit. Sulla genesi dell’opera d’arte. Mimesis Edizioni: Milano-Udine: 52-54.

 

“(…) Mi chiedo se sia possibile disegnare una mappa oltre che del per corso d’opera anche del suo processo di pura costruzione mentale. Una cartografia di tutti i segni che gli artisti hanno pensato e poi cancellato muovendosi dentro loro stessi come dentro a un bosco, avanzando e arretrando e poi cambiando direzione. Sarebbe magnifico riuscire a entrare dentro a questo totalmente astratto atelier mentale e visionare le mappe delle opere immaginate, come se si stesse in una biblioteca o in un museo geografico. Ma queste carte sembrano scritte su una materia mobile, acquatica; ricordano quell’acqua sulla quale Keats pensava scritto in epigrafe il suo nome: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”. La mappa cerebrale che ho definito acquatica potrebbe essere tra scritta soltanto da uno studioso capace di rivolgere la sua attenzione a stati del pensiero cangianti, approssimativi, momentanei, fulminei. Questo studioso dovrebbe saper osservare la sua mente come se fosse la mente di un altro e occorrerebbe che riuscisse a pensare senza perdere memoria del suo pensiero, né dei percorsi compiuti, degli arretramenti e delle impasses. Avendo memoria di tutto questo, lo studioso si troverebbe tuttavia ad affrontare il problema precedente mente esposto ovvero quello del passaggio dal segno mentale a quel lo materiale; egli dovrebbe essere capace di riportare velocemente gli eventi del pensiero, sapendo annotarne l’esatto garbuglio, ovvero tutto ciò che avviene anche in intensità dentro al pensiero e non sol tanto in estensione sul regno della carta. Ebbene non potrebbe fare a meno di contaminare i due mondi, perché impossibile sarebbe restare all’interno della sola mappa “ideale”. Inoltre la sua mano non riuscirebbe a viaggiare alla velocità della mente che con estrema difficoltà, perché la mente sa procedere in più direzioni contemporaneamente attraverso forme di pensiero multiplo parallelo e avviene che s’inoltri in visioni, in rapide intuizioni non facilmente trascrivibili, in ricordi, o anche in stati annebbiati e confusi che purtuttavia – creativamente parlando – significano qualcosa. Può essere che talora ci si inganni rispetto alla ricchezza del pro proprio pensiero; nel momento in cui rifulge nell’atelier del cervello, esso sembra preciso come una lama e pare imporsi come se fosse L’elaborazione dell’incipit un’opera compiuta, già cesellata con un lungo lavorìo. A chi li ha pensati, i segni mentali possono apparire perfetti; costui vorrebbe che la mano li traducesse tali e quali sulla materia. Tuttavia per esperienza sappiamo che questa ricchezza nel momento della sua traduzione in segno esterno talora svanisce. Il pensiero originario sembrava più bello e più esatto, la sua espressione si rivela una lontana eco del prototipo interno. Vien da chiedersi se quel fulgore della mente non sia un vivace inganno dovuto a uno stato di ebbrezza, a un’illusione: comunque esso non è sempre capace di reggere l’urto del confronto con la materia. Certamente un problema è quello relativo al carattere effimero dei segni interni. Sarebbe bello se riuscissero a incidersi subito su pietra e se non tendessero invece a svanire alla luce del sole, al contatto con l’aria. Se la materia è inefficace a esprimere quell’originaria intensità, ciò accade anche perché non sempre riesce a catturarla e a farla propria. Dunque è difficile capire dove inizi l’inganno e dove invece sussista una reale incapacità di tradurre adeguatamente un mondo nell’altro. L’incipit è composto da materia viva. Non è un semplice oggetto creato dall’artista attraverso manipolazioni della materia, ma è il nucleo incipitario di un organismo dotato di una sua vita propria. L’artista intercetta la vita dentro alle cose apparentemente morte e coniuga queste forze con le sue proprie forze spirituali. Da una parte ci sono i segni aerei e mutevoli della mente, dall’altra le forze vitali e organiche della materia. Nel punctum nasce la sintesi tra queste due vitalità che s’incontrano, s’incastrano, si ridefiniscono dialetticamente producendo uno sviluppo. I segni del linguaggio appartengono a questo mondo della materia oltre che al più puro e impalpabile piano semantico; i significanti sono vivi, così come è vivo il foglio, la fibra della carta che incontra la mano che scrive, il colore spremuto sulla tavolozza e steso con il pennello. È questo universo di forme e di forze che l’artista cerca di penetrare e svelare mediante il punctum. Riassumendo si può pensare a una lunga linea senza soluzione di continuità che contenga alle sue due estremità la mente dell’artista e il corpo del mondo: ebbene le forme sono sezioni di tale linea, ovvero punti di stabilizzazione di “movimenti” nati dal confronto tra gli estremi. 54 Incipit A proposito di questa complessa dialettica tra mente e punctum, occorre ritornare sui casi, cui abbiamo già accennato, in cui l’artista scopre l’opera mentre la produce, e non riesce a prevederla intera mente dentro di sé, ma la rinviene nel complesso rapporto con il mondo. Lo sviluppo dell’opera si svolge fuori dalla mente dell’artista, nella concatenazione dei segni che egli ha attivato e sui quali continua a lavorare. (…)

 

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
FEDERICO PAPALIA (Mirandola MO-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

FEDERICO PAPALIA, (2025) L’Immortal Materia. Dalla nascita della materia all’intelligenza artificiale: la vocazione dell’uomo per l’immortalità. Amazon.it: 8-9, 37, 57, 136-138.

“(…) C’è una legge, silenziosa e implacabile, che attraversa l’intero universo, dalle nubi di gas primordiali che hanno generato le stelle fino al decadimento termico delle ultime particelle. Una legge che, a differenza della gravità o dell’elettromagnetismo, non costruisce: consuma, dissolve, disperde. È l’entropia. Eppure, non c’è nulla di più creativo della sua distruzione. Perché è proprio la tensione tra ordine e disordine, tra struttura e disgregazione, che ha dato origine al tempo, alla vita, e persino alla coscienza. Questo libro si apre con l’entropia non per caso, ma per necessità. Ogni riflessione sull’immortalità, sulla memoria e sulla tecnica parte da qui: dal riconoscimento che ogni cosa che esiste è soggetta a un lento, costante scivolamento verso la fine. Entropia è il nome fisico della morte, la sua grammatica nascosta. Ma è anche il segreto del divenire, la condizione stessa che rende possibile il cambiamento. Lungi dall’essere un concetto relegato ai manuali di termodinamica, l’entropia rappresenta il primo specchio in cui l’uomo ha scorto la propria caducità e, paradossalmente, anche la propria volontà di sfuggirle. Come diremo più avanti, essa è la soglia concettuale oltre la quale il desiderio di permanenza — e quindi di immortalità — comincia a prendere forma (..) Come abbiamo già accennato, l’entropia rappresenta una grandezza profondamente misteriosa e controintuitiva, che sfugge a una definizione semplice. A livello intuitivo, l’abbiamo associata al concetto di disordine, di degradazione dell’organizzazione e di perdita di struttura. Ma questa descrizione, per quanto evocativa e utile a visualizzare il decadimento della materia, non rende ancora piena giustizia alla profondità concettuale di questa grandezza. Qui, l’entropia smette di essere solo una misura della disgregazione per rivelarsi come qualcosa di ancor più radicale: un elemento intimamente e indissolubilmente connesso alla natura stessa del tempo. L’entropia, infatti, possiede una caratteristica unica nel panorama delle leggi fisiche: è l’unica grandezza che introduce una distinzione netta e incontrovertibile tra un “prima” e un “dopo”, che spezza la simmetria temporale delle equazioni fondamentali introducendo una freccia inequivocabile nel flusso temporale. Mentre tutte le altre leggi della fisica classica sono indifferenti alla direzione del tempo, l’entropia impone una direzione preferenziale, stabilisce un verso obbligatorio per l’evoluzione dei sistemi fisici (…) In questo senso, la morte diventa motore del divenire: è proprio la prospettiva del collasso a spingere i sistemi viventi a sperimentare, a variare, a selezionare le strategie più resilienti. Senza la minaccia del disordine, senza il confine ultimo del non-essere, non ci sarebbero né evoluzione, né innovazione, né diversificazione. Il destino di ogni specie è scritto nell’ultimo atto della sua esistenza: l’inevitabile ritorno al caos. Ma è in questo ritorno che si apre una nuova breccia di possibilità, dove nuove forme di vita possono sorgere, dove nuove soluzioni possono emergere. (…)

Homo Faber, Homo Deus e l’inganno dell’Homo Intellectualis Tornando alla linea tracciata nel sesto capitolo tra Homo Faber e Homo Deus, noi ci troviamo nel mezzo. Siamo Homo Intellectualis: creature che pensano, che creano, ma che non agiscono più nel mondo materiale, bensì in una dimensione astratta. I dispositivi digitali ci fanno credere di essere ancora Homo Faber – costruttori, manipolatori di oggetti reali – ma in realtà viviamo esperienze filtrate, simulate, virtuali. Giochiamo, creiamo, modifichiamo – ma lo facciamo nello spazio simbolico dei dati, non più nella terra, nella pietra, nella materia. Il bambino moderno è un esempio emblematico. Cresce con la convinzione di poter lasciare traccia di sé sin da subito: basta aprire un profilo, pubblicare una foto, un video. Ma questa traccia non è costruzione. È solo esposizione. Il problema non è che il bambino usi la tecnologia, ma che creda che la visibilità sia memoria, che l’identità sia un contenuto, che il mondo sia uno schermo. Così, trascurerà tutte quelle attività fondamentali che lo formerebbero davvero: l’apprendimento lento, l’artigianato, il gioco costruttivo, l’esplorazione concreta del mondo.

Il caso Minecraft e l’inganno creativo Minecraft, come altri giochi di simulazione e strategia, è un esempio perfetto di questa dinamica che è anche alla base del loro successo. L’utente si sente creatore di mondi, architetto, ingegnere, esploratore. Ma tutto avviene all’interno di una realtà digitale, non trasferibile nel mondo reale se non simbolicamente. Il giocatore è convinto di agire come un Homo Faber, ma non manipola la materia, bensì i dati. Non lascia una traccia nel mondo, ma in un server. Il problema non è il gioco in sé – che ha potenzialità cognitive ed educative – ma l’assenza di consapevolezza: se l’utente non distingue tra costruzione reale e costruzione simulata, rischia di illudersi di essere diventato “immortale” prima ancora di capire chi è.

Denatalità e tradizione: la fragilità della cultura Un’ultima riflessione riguarda la denatalità e la memoria culturale. In un mondo sempre più globalizzato e digitalizzato, le culture locali – con le loro lingue, rituali, storie, codici – si stanno dissolvendo. La trasmissione intergenerazionale si è interrotta. Ma se non siamo noi a prenderci cura della nostra eredità, chi lo farà? Le culture non sopravvivono da sole. Non basta documentarle. Come la memoria, hanno bisogno di essere vissute, incarnate, praticate. Conservare la cultura significa onorare i nostri morti, le loro visioni, le loro fatiche. Non si tratta di nostalgia, ma di responsabilità. L’uomo è ciò che eredita. Distruggere la propria memoria culturale significa accettare di dissolversi nel tempo. Come ogni altra entità sottoposta all’entropia, anche la cultura muore se non riceve energia: e l’energia, in questo caso, è attenzione, cura, trasmissione.

Immortalità come tensione, non come possesso Siamo giunti alla fine di questo viaggio. Dalla polvere stellare all’intelligenza artificiale, l’essere umano ha cercato di sconfiggere la morte con ogni mezzo. Ma forse la morte non è l’antagonista. È il limite che dà forma alla vita, che le conferisce urgenza, bellezza, significato. È la fine che rende ogni attimo degno di essere vissuto. L’immortalità non è una condizione da possedere, ma una tensione da abitare. L’uomo non deve diventare eterno, ma creare come se lo fosse. Costruire mondi, memorie, legami, opere. Agire come Homo Faber, pensare come Homo Deus, ma vivere come Homo Sapiens: sapendo di essere mortale, e proprio per questo, capace di infinito (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ANNA MARIA PESCETTO (Albisola Superiore-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

Anna Maria Pescetto, (2026) Le disavventure di Lucille Gaben e altri racconti. EBS Print: Da La foresta di Huelgoat. 39-42,

“(…) Il giorno seguente Lucille decise di andare nella fore sta di Huelgoat, sentiva l’esigenza di evadere da quella realtà che la faceva soffrire così tanto ed era già stata in quei posti che profondamente amava e il suo desiderio era quello di stare sola. Partì con la sua auto molto presto, percorse tutta la strada, a fatica teneva gli occhi aperti inondati dalle lacrime, infine si arrestò e si incamminò nella boscaglia. Il tempo non contava ormai più, camminava con passo le sto e lasciò il sentiero. Si sentiva vuota e senza scopi, ora le lacrime le procurava no bruciore, gli occhi erano gonfi e arrossati, ma non riusciva a fermarle. Gli alberi fitti e i cespugli lasciavano lo spazio appena sufficiente per lasciar passare un gatto: non era possibile proseguire. Ciuffi di castagno sembravano sbarrarle anche lo sguardo e non permettevano che vedesse il cielo, doveva essere tutto buio intorno e dentro di lei. In quei momenti era incapace di volere, quegli attimi lunghi come mai non permettevano un minimo mutamento, era paralizzata anche nel subconscio. L’acqua… Improvvisamente udì l’acqua scorrere tra un sasso e l’altro, percepì una forma di movimento e si accorse di riprendere in un istante la vita fra le mani, la stessa vita che non voleva più. Il vento spostava le nuvole velocemente e sembrava che 39 qualche goccia di pioggia cadesse già: questa percezione del reale le fece accelerare il passo. Ora pioveva forte e qualche lampo solcava il cielo. Lucille vide una costruzione in pietra, poteva essere una vecchia stalla, e si avvicinò. Erano rovine, l’erba fuoriusciva da ogni crepa e il pavimento, che avrebbe dovuto essere in terra battuta, era ridotto a prato incolto. Udì un forte rimbombo che la fece sussultare, seguito da un rumore sordo di sassi che rotolavano. Sbirciò da un grande foro nel muro e vide la frana a pochi metri da lei. Terrorizzata chiamò aiuto ma nessuno rispose se non il rumore incessante e spaventoso dello smottamento. Restò per un attimo paralizzata non sapendo cosa fare, poi si allontanò in fretta da quel luogo. Il terriccio e i sassi avrebbero potuto travolgerla da un momento all’altro. Corse per quanto le fu possibile sul terreno in pendenza. Cadde, si rialzò: i capelli s’impigliarono in un ramo basso, strappò con forza la ciocca, urlò di dolore e riprese a correre inciampando continuamente. Finalmente ritrovò il sentiero, lo percorse fino alla radura dove aveva lasciato l’auto; provò ad accenderla e al primo tentativo fallì, in seguito riuscì ad avviarla e si diresse verso casa. Guidava con difficoltà, le braccia dolenti faticavano a reggere il volante, aprì il finestrino e un odore intenso di muschio e di foglie marce invase l’abitacolo e lo richiuse subito. Pensava alla paura provata, a quanto aveva rischiato di venir sepolta dalla frana, si ripromise di non rischiare più in quel modo. Trascorse un giorno nella grande dimora, Octave cercava di riflettere con obiettività sugli ultimi avvenimenti e dopo una lunga riflessione fece chiamare Lucille dalla governante e l’attese nello studio. «Devo parlarti, Lucille, siediti». Disse con il viso più cupo del solito. Lei si sedette davanti alla vecchia scrivania, teneva gli oc chi bassi come un condannato in attesa della decapitazione. «Ho parlato con l’avvocato per la nostra separazione e mi ha consigliato di attendere. Sinceramente credo che sia la cosa migliore da fare anche se, per essere coerente con i miei princìpi, dovrei lasciarti. Ma non posso. Il destino ti ha già punito togliendoti il bambino». Ci fu una lunga pausa e la donna, sempre con gli occhi bassi, pareva rimpicciolirsi, magra e minuta com’era sembrava scomparire. Il suo pensiero vagava alla ricerca di un punto fermo della sua vita dal quale ripartire, finché raggiunse l’immagine di Philippe e da lui non si distolse. Lucille provò un odio lacerante verso se stessa. Ho tradito e umiliato Octave e ora mi perdona? Pensò. Sul piano del tavolo caddero delle lacrime, lei non si mosse. «Non avevo mai visto i tuoi occhi gonfi dal troppo piange re e segnati dalle notti insonni, ma soprattutto non avevo mai visto i tuoi occhi spenti… Nonostante tutto anch’io ho dei sentimenti e ho imparato a osservare chi mi è accanto, anche se tu non lo crederai». Disse Octave. 41 Lucille taceva e ascoltava rassegnata con lo sguardo inespressivo di chi dalla vita non si aspetta più nulla. Il marito la osservava, si alzò e, senza parlare, uscì dalla stanza. Rimasta sola a lottare contro se stessa, travagliata dal forte senso di colpa e dal desiderio di rivedere il suo amato, Lucille soffriva. E più pensava a Philippe più si odiava. Si stava insinuando nella sua mente un pensiero positivo di stima per il marito: l’aveva tradito, umiliato e nonostante tutto sembrava perdonarla. La donna intuiva la nobiltà d’animo dell’uomo che aveva sposato (…)”

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Al termine di questa Rassegna, il mio riconoscente saluto va a tutti i Partecipanti, Vincitori e non, che hanno onorato il ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ offrendo la loro pregiata attività culturale e le loro opere al festeggiamento di FRANZ KAFKA come scrittore e come uomo, come persona, ed esprimo loro il mio più sentito ringraziamento!

                                                        Rita Mascialino (detta Maddalena *)

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*In onore, memoria e gratitudine per la nonna materna Maddalena Fornasari, Sarizzola di Costa Vescovato AL.

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Franz Kafka (1906), Alamy Photo Stock.

Rita Mascialino (2024)

Studio Fotografico VALENTINA VENIER Udine

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Franz Kafka (1906), Alamy Photo Stock.

Rita Mascialino (2024)

Studio Fotografico VALENTINA VENIER Udine

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COMITATO DEL ‘SECONDO UMANESIMO ITALIANO ®’
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’
alla CULTURA alla CARRIERA alla IMMAGINAZIONE
XXII Edizione 2026 online

Fondatrice e Presidente Rita Mascialino

 

Rassegna ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ XXII Edizione 2026 online
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In continuità con la prassi adottata in seno al ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ a partire dalla sua fondazione nel febbraio del 2011 non vengono pubblicati dal Comitato sul sito www.franzkafkaitalia.it, né altrove, i Diplomi e le Motivazioni tranne che su autorizzazione scritta degli interessati, lasciando così ai singoli Vincitori la decisione in merito.

Per gli interessati al Video YouTube relativo al Centenario kafkiano (2024) con analisi a cura di Rita Mascialino di nove opere di Kafka e di nove pregiate Illustrazioni  dell’Archittetto e Artista VINCENZO PIAZZA stanno di seguito le due diverse possibilità:

PRIMO CENTENARIO DELLA MORTE DI FRANZ KAKFA (2024)
youtube.com/watch?v=yAuSOkXqFB4

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Documentazione cartacea e digitale edita da
CLEUP EDITRICE UNIVERSITÀ DI PADOVA
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In onore e memoria di

FRANZ KAFKA

(Praga 1883 – Kierling Vienna 1924)

Il più grande scrittore di tutti i tempi

Uomo di straordinaria intelligenza

Uomo di rara nobiltà d’animo e bontà

 

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Segue l’analisi semantica di un Racconto breve Franz Kafka:

 

Rita Mascialino, “Franz Kafka: Die Bäume.”

 

Testo del Racconto breve:

 

“Denn wir sind wie Baumstämme im Schnee. Scheinbar liegen sie glatt auf, und mit kleinem Anstoß sollte man sie wegschieben können. Nein, das kann man nicht, denn sie sind fest mit dem Boden verbunden. Aber sieh, sogar das ist nur scheinbar.”

 

(Frankfurt am Main Deutschland: Fischer Taschenbuch Verlag 1970: Sämtliche Erzählungen (19): Hersg. Paul Raabe 1969: Nachwort: Paul Raabe 1969, 389-390).

 

“Perché noi siamo come tronchi d’albero nella neve. Apparentemente vi si poggiano sopra a filo e li si dovrebbe poter togliere vie spostandoli con una piccola spinta. No, questo non lo si può, perché sono saldamente legati al suolo. Però vedi, persino questo è solo apparente.” (Trad. di Rita Mascialino)

 

Il Racconto breve o più esattamente brevissimo Die Bäume offre una significativa osservazione kafkiana sul piano argomentativo relativa agli umani che sono comparati a tronchi d’albero, cui la neve nasconde la loro radicazione nel suolo rendendoli come fossero soltanto appoggiati così da poterli togliere con piccolo sforzo, chiarendo con una comparazione analogica: come fossero birilli posti su un piano pavimento senza alcun fissaggio. Questa impressione di appoggio su superficie regge però solo in apparenza, visto che gli alberi hanno radici che li legano al suolo, come anche gli umani sono legati al suolo terrestre. Si deve evidenziare che Per altro il termine tedesco Boden esprime nel contesto di alberi e umani, un doppio significato: la terra, ma anche la parte più bassa di qualcosa, così che alberi e umani sono anche legati inevitabilmente al basso, al più basso, livello. Questo secondo il termine Boden e non Erde, terra, scelto da Kafka per i suoi alberi come allusione al  radicamento e per i suoi umani come allusione al legame con la terra implicitamente come madre anche come derivazione dalla creazione biblica – un’aggiunta fuori analisi: in ebraico adamàh significa terra e adàm significa uomo, i termini ebraici che Kafka conosceva inevitabilmente dalla liturgia, in italiano appunto Adamo, per completare la digressione associativa: Eva si dice in ebraico chavvàh che significa colei che dà la vita. E fin qui il significato è di reale persistenza rispetto all’apparenza di significato opposto, precarietà nel tenere la posizione. Tuttavia, aggiunge Kafka, addirittura il legame che fissa alberi e umani al suolo, alla terra, al basso, è solo apparente. Il finale kafkiano dice che nulla è valore in sé nella vita, sia a livello di flora che umano. Dapprima predomina il significato della stabilità di alberi e umani implicitamente radicati al suolo – alla vita o, come sopra, più esattamente al basso della vita –, ciò che abbatte l’apparenza di cui all’inizio in quanto risulta impossibile sradicare alberi e umani dal suolo, anche dal basso in cui staziona la vita, cui sono saldamente legati. Poi però, da ultimo, anche il legame di alberi e uomini al suolo, al basso, pur già ritenuto possibile nella premessa del ragionamento, risulta una certezza solo apparente, ciò che non salva nulla dalla sola apparenza, per quanti ragionamenti si possano fare. Grande Kafka davvero, non ingannabile da falsi concetti per quanto gratificanti e promettenti belle cose – andando nei concetti generali espressi nel Racconto. Nulla permane dunque in vita, neppure nel metaforico basso secondo Kafka, nulla ha una qualche stabilità in radici qualsiasi, domina la più totale precarietà materiale e di valori, tutto è solo apparenza. In questo contesto l’unica certezza pare implicitamente essere e restare la volontà e la capacità di ragionare, di analizzare, di capire come stiano le cose. In altri termini: non ci sono speranze che tangano, non ci sono illusioni che reggano all’analisi, all’osservazione, ma c’è la penetrazione del pensiero nel mondo per capirlo, come dimostra il Racconto. Perché è pensando e argomentando che le cose rivelano la loro apparenza. Non può esistere alcuna radicazione della vita, si perdoni la diafora, alla vita tranne che nell’illusione, nella speranza, atteggiamenti di pensiero e di personalità che tuttavia non albergano mai in Kafka, che non si ferma alle apparenze, ma procede nel ragionare, senza demordere, anche sapendo che nulla permane.

Va dedicato qualche cenno di analisi anche alla neve, che è protagonista primaria del Racconto, anche se magari non presa in considerazione nel comodo e superficiale mondo dell’ovvio. Alla fine il freddo che la contraddistingue e solo pare ricoprire l’ancoraggio – illusorio – della vita alla terra, si manifesta, nello specifico contesto del Racconto dove non permangono illusioni, come ancoraggio della vita al freddo della morte cui la neve allude mentre contribuisce a dare e dà illusioni di vita, del tutto apparenti sia in un senso che nell’altro.

Rita Mascialino

 

 

 

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ARTISTA ESCLUSIVO DEL ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’
FABRIZIO NICOLETTI
(Tivoli RM-I)

STAMPA FIRMATA DA DISEGNO ACQUARELLATO
Il cavallo nero*

conferita ai Vincitori del ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ (2026)

*Opera di Fabrizio Nicoletti riferita alla identificazione di Rita Mascialino con esegesi linguistica relativamente alla criptica metamorfosi in cavallo nero (1996 e segg.) insita nel racconto di Franz Kafka Der plötzliche Spaziergang (1912), La passeggiata improvvisa.

 

Fabrizio Nicoletti:

-‘Premio Franz Kafka Italia ®’ all’Immaginazione XVII Ed. 2024.

-Primo Premio al ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ per il Disegno Artistico XVIII Ed. 2024.

 

Mascialino, R., (2024) Fabrizio Nicoletti, ‘Il cavallo nero’. Tecnica: mista in carboncino, acquarello e tempera. Recensione.

Il Disegno Artistico dell’Architetto Fabrizio Nicoletti intitolato Il cavallo nero, realizzato in stile surrealista con tecnica mista a carboncino, acquarello e tempera su cartoncino, evidenzia l’eccellente padronanza nelle due arti sia per la geometria dei tracciati, sia per la raffinata stesura delle sfumature cromatiche. L’opera si riferisce al celebre racconto di Franz Kafka Der plötzliche SpaziergangLa passeggiata improvvisa (1912) come omaggio dell’Artista a Kafka sulla base dell’esegesi innovativa del racconto da parte di Rita Mascialino (1996 e segg.) relativa all’identificazione della metamorfosi in cavallo nero implicita al testo kafkiano. La rappresentazione di tale metamorfosi nel passaggio dal testo di parole alla condensazione portata dall’immagine è interpretata con impatto artisticamente originale da Nicoletti: mentre in Kafka dominano le tenebre al punto che non si distinguono i contorni dell’animale che si sta ergendo nella sua vera forma dall’oscurità della notte attorno ad esso così che l’evento si verifica nel buio più totale – immagine kafkiana non riproducibile in un ambito visivo concreto e solo  per così dire di casa nell’ambito delle immagini mentali dove tutto è possibile –, nell’opera di Fabrizio Nicoletti è presente  uno sfondo bianco, riservando il nero alla imponente coda del morello e ai capelli di colui che si sta trasformando, quasi essi siano un gentile inizio di criniera. Di profonda risonanza semantico-emozionale risulta la scelta estetica di dare alla metamorfosi l’impronta della scomposizione angolata di eco cubista come essa avvenisse a pezzi  da armonizzare in linee morbide successivamente, particolarmente adatta ad esprimere il divenire faticoso di una fusione stilizzata  e simbolica tra umano e cavallino che allude con un tocco sinistro, seppure diversamente, all’atmosfera della metamorfosi che informa la tenebrosa ideazione dell’inconscio kafkiano che appare quasi come un buco nero dalla creatività che tutto ingoi  per poi ricreare la vita nell’arte. Tale kafkiana creatività si ripropone elegantemente modificata in Nicoletti, ma non in modo da non poter essere riconosciuta nella sua matrice di riferimento, nella dinamica della metamorfosi nella parte centrale e posteriore del corpo tra l’umano e l’equino, nonché anche negli arti anteriori umani e già quasi cavallini, così che il simbolico animale pare essere in procinto di introiettare ormai quanto di umano resti.  A dare respiro a tale inquietante quanto emozionalmente molto suggestivo effetto estetico insito nel disegno di Fabrizio Nicoletti stanno le cromie degli azzurri e dei rosa portate dagli acquarelli in alto nello sfondo che si riferiscono a un’oscurità non totale, segno di ancoraggio ancora presente ai colori della vita non assorbiti o non assorbibili totalmente per l’Artista Nicoletti dall’oscurità per quanto foriera di estrema potenza creativa come nel completo titanismo kafkiano della metamorfosi in cavallo nero, la quale appunto in Nicoletti non abbandona del tutto sentimenti più umani.

Così nel complesso Disegno Artistico, dalla profonda semantica espressa in un’estetica finissima, di Fabrizio Nicoletti Il cavallo nero, di cui si sono esplicitati i poli più significativi riferiti comparativamente alla medesima metamorfosi in Kafka.

Rita Mascialino

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Cenni biografici relativi a FABRIZIO NICOLETTI

Artista Esclusivo del Premio,

su gentile Autorizzazione dell’Artista stesso alla pubblicazione:

Fabrizio Nicoletti (Tivoli RM-I), di grande creatività e sensibilità artistica, è Architetto su conseguimento di Laurea Triennale in ‘Tecnica di progettazione del Paesaggio e dei Giardini’ e Laurea Specialistica Magistrale in ‘Architettura del Paesaggio’ presso l’Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma. Sulla base della conoscenza delle più varie tecniche come gli sono note dai suoi studi accademici  specifici, è rinomato Illustratore artistico di diverse opere letterarie, nonché del Manuale ufficiale per la dispensa didattica del Corso di Formazione per ‘Soccorritore Aeroportuale Vigili del Fuoco’, ambito in seno al quale espleta anche la sua professione di Vigile del Fuoco prestando servizio in via operativa diretta presso numerosi Distaccamenti, già con intervento straordinario di supporto alle vittime del terremoto dell’Aquila nel 2009. Ha al suo attivo diverse Mostre d’Arte personali presso importanti Gallerie nazionali ed è risultato Finalista nel Concorso Mondiale della NASA per l’ideazione di un Logo. Partecipa annualmente alla ‘Mostra Integrazione’ con i ragazzi psichiatrici e diversamente abili di vari Istituti, tra cui l’Istituto Don Orione di Roma. Collabora con interventi grafici alla Rivista online remusic.it. Accanto all’impegno lavorativo e nelle arti visive, segue Corsi per l’ammissione al Biennio Superiore del Conservatorio in chitarra classica, che suona in vari Istituti e Teatri. Accompagna musicalmente le presentazioni di scrittori e poeti, con repertorio dai chitarristi classici a Fryderyk Chopin tra gli altri. Compone improvvisazioni musicali di ideazione personale. Dal curriculum di Fabrizio Nicoletti si evince come la sua esistenza si esplichi tra i due poli principali rappresentati dalla tensione al volontariato – come la sua stessa professione di Vigile del Fuoco lascia indirettamente intuire per l’immancabile sostegno dato dalla volontà di aiutare il prossimo quando in situazioni estreme di rischio della vita – e all’arte visiva e musicale, una vita dunque che Fabrizio Nicoletti spende precipuamente per il bene del prossimo e per il polo più fine della personalità umana: l’Arte.”

Rita Mascialino

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VINCITORI
XXI ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla CULTURA
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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026

FEDERICA CASINI (Manciano GR-I) ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

Federica Casini, (2020) Vittime e capri espiatori nell’opera di Victor Hugo. Gioacchino Onorati Editore (Canterano RM): Prefazione di Alberto Beretta Anguissola: Saggio, 35-36, 49-50, 51.

“(…) Ai danni di natura percettiva e mentale causati dalla deformità fisica si sono aggiunti in seguito i guasti di natura morale. La mostruosità del corpo ha reso Quasimodo cattivo, selvaggio, bruto (…) La cattiveria, tuttavia, non è interamente imputabile al mostro; è al contrario il risultato delle umiliazioni che il diverso ha sempre dovuto sopportare a causa del suo aspetto fisico (…) È la società ad aver reso cattivo Quasimodo. La malvagità è solo un’armatura che il campanaro ha preso a indossare per difendersi dagli attacchi degli altri, una parziale rivincita che l’oggetto del disprezzo universale si prende sui suoi persecutori. L’isolamento in cui vive il Gobbo non è bastato infatti a sottrarre quest’ultimo alla curiosità morbosa del popolo. La comunità di Parigi vede in Quasimodo una presenza demoniaca che anima la chiesa di Notre–Dame, presenza temuta e disprezzata al contempo, come accade ad ogni caper emissarius che si rispetti (…) Gli unici momenti in cui Quasimodo abbandona il suo isolamento sono le uscite con Frollo per le vie di Parigi, accompagnate da ingiurie, scherni ed umiliazioni di ogni sorta (…) Il sospetto penchant satanico di Hugo potrebbe far ipotizzare un voluto accostamento tra Quasimodo e il diavolo. Le analogie evidenti riscontrate nei due riti escludono tuttavia l’ipotesi di una glorifica zione occulta di Satana dietro l’episodio dell’investitura di Quasimodo. L’intenzione di Hugo è, piuttosto, quella di sferrare un violento attacco alle società discriminatorie e persecutorie di tutti i tempi (…) La Fête des Fous si conclude, sappiamo, in Place de Grève, la piazza in cui si eseguono le condanne a morte. La circolarità della festa, che torna a celebrare la sua conclusione proprio nel luogo in cui avvengono le esecuzioni capitali, conferma in modo inequivocabile la teoria girardiana delle origini sacrificali di ogni rito. Alla luce di quanto esposto, diventa comprensibile come il Pape des Fous possa fare ritorno il giorno seguente sulla piazza in cui era stato accompagnato trionfante ed esservi lapidato dalla stessa folla che poco prima l’aveva acclamato. Girard attribuisce la repentina e contraddittoria condotta del gruppo al mimetismo della folla. Gli appartenenti alla comunità si influenzano in modo fanatico l’uno con l’altro e si imitano reciprocamente, prima nell’adulazione poi nell’ostilità (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
LUCREZIA CILENTI (San Giovanni Rotondo FG-I) ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

 

Lucrezia Cilenti(2026) Blu il granchio. ev Casa Editrice (Macerata MC): Fotografie di Saggio, 23-24, 62-64.

“(…) Fu durante una mattina umida e silenziosa, quando il cielo sopra la laguna era ancora plumbeo e immobile, che vidi per la prima volta una femmina ovigera di Callinectes sapidus. L’avevo estratta con cura da una nassa poco distante dalla foce, attratta dal movimento fulmineo delle sue chele. Ma ciò che la rendeva diversa dalle altre era il ventre gonfio, ricoperto da una massa compatta di uova arancioni. Mi arrestai. La tenni sospesa per qualche secondo sull’acqua come si farebbe con un oggetto sacro, consapevole di essere testimone di un momento cruciale. Era la conferma di ciò che avevo sospettato per mesi, una traccia tangibile che questa specie aliena non era solo un ospite passeggero delle nostre acque: si stava riproducendo. E lo faceva con sorprendente naturalezza, adattandosi ai microhabitat delle lagune salmastre del Gargano, dove la salinità, l’apporto d’acqua dolce delle numerose sorgenti e la disponibilità di rifugi le erano favorevoli. Ricordo con precisione le caratteristiche dell’esemplare: un carapace lungo poco meno di sedici centimetri, le chele con punte fiammate di color arancio, bordi laterali acumina ti, le zampe posteriori appiattite come pagaie. Ma ciò che mi colpì più di tutto fu la forma dell’addome: a cupola, ampio, pieno. Era il segno inequivocabile della maturità sessuale e della fertilità. Quando osservai attentamente i pleopodi, le setole vibranti erano ricoperte da un grumo denso di uova che sembravano pulsare di una vita propria, come una pro messa o una minaccia passeggera delle nostre acque: si stava riproducendo (…) Il giorno in cui ho letto con attenzione il report sulle strategie di gestione delle specie aliene invasive, mi trovavo nel mio ufficio con la finestra spalancata sulla laguna. Fuori le acque si muovevano lente, appena increspate da un libeccio mite che, come me, sembrava voler riflettere più che agire. Dentro, invece, tutto era movimento. In quel momento la riflessione sul passaggio da minaccia a risorsa si è fatta vivida come il riflesso dell’alga rossa nel vetro dell’acquario. Forse anche noi, come i granchi, attra versiamo mute dolorose, che non sono altro che strategie evolutive. Forse questa specie aliena, tanto temuta, poteva diventare un catalizzatore per nuove relazioni culturali, sociali, economiche. Ma come? Non bisognava solo contenere ma integrare. Secondo i nostri studi la pressione crescente delle popolazioni di Callinectes sapidus nei litorali europei meridionali, soprattutto in Italia, Grecia, Spagna, era ormai tale da rendere impossibile una eradicazione efficace. Tuttavia, la specie mostrava potenzialità commerciali enormi: carni pregiate, adattabilità agli allevamenti, un mercato in espansione soprattutto nella ristorazione etnica e gourmet. Da biologa mi ritrovavo a fare i conti con una nuova identità: quella di mediatrice tra scienza e territorio, tra speciazione ecologica e valore economico. Avevo iniziato osservando un alieno. Ora capivo che l’alieno ero io nei confronti di un paradigma di gestione delle risorse naturali che richiedeva un salto quantico di pensiero. Cominciavo a interrogarmi sulle possibilità di capitalizzare l’invasione del granchio blu. Non era una resa. Era un adattamento, come quello che Blu metteva in atto ad ogni muta, abbandonando la vecchia corazza per far posto a un’altra, più ampia, più forte. I pescatori locali avevano già iniziato a vendere granchi blu molli ai ristoratori pugliesi più visionari. Alcuni ricercatori parlavano di soft-shell farming nei bacini lagunari. Alcuni chef stellati avevano creato piatti in cui il granchio blu veniva esaltato come simbolo della nuova mediterraneità. Accoglierlo non bastava. Non si trattava solo di accettare la sua presenza, come si fa con un ospite inatteso. Il granchio blu era molto di più: un invasore silenzioso, ma anche un enigma biologico. Capirlo significava studiarne il ciclo vitale, osservarne le abitudini alimentari, valutare gli effetti della sua comparsa sull’equilibrio fragile della biodiversità locale. La sua forza non stava solo nelle chele. Viveva senza ti mori, privo di predatori naturali, si adattava con inquietante facilità a ogni variazione di salinità. Ovunque trovasse spa zio, cacciava con efficienza spietata, bivalvi, piccoli pesci, nulla era al sicuro. In breve tempo, quel crostaceo diventava una forza trasformativa, capace di riscrivere le regole degli ecosistemi lagunari. Come valorizzarlo, allora, senza lasciare che la sua espansione diventasse una devastazione? (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
PIER LUIGI CORSI (Sesto Fiorentino FI-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026 in memoriam.

 

 

Pier Luigi Corsi (da una scena del settimo Capitolo del Romanzo Il processo di Kafka): Pittura a Olio:  Nello studio del pittore Titorelli.

Da alcune Testimonianze d’eccellenza relative alla Mostra citata:

Federico Napoli (Critico e Storico d’Arte), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Questa mostra di Pier Luigi Corsi e, così, un raro e intenso esempio del possibile connubio fra letteratura e pittura, rispettose entrambe delle specifiche diversità, l’autore seguendo come un’ossessione personale volta a una puntigliosa ricerca di verità, che nel ripetersi del tema quadro dopo quadro arriva quasi a sfiorare la risoluzione degli indissolubili angoscianti condizionatori legami che stringono l’individuo (vittima e testimone) alla collettività…”

 

Remo Cantoni (Filosofo), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Non avrebbe senso considerare la pittura di Corsi come un’esegesi puntuale e figurativa delle scene del romanzo [Il processo]. Senza scrupoli filologici di riscontro testuale, Corsi ha attinto da Kafka lo spunto per esprimere un suo mondo interiore, una sua atmosfera fantastica pervasa di incubo e di angoscia. È singolare questo fenomeno di atmosfere… I suoi dipinti, ove campeggia la figura dell’uomo sfigurato, ormai senza volto, soffocato da spazi che si contorcono e l’opprimono, inseguito da aguzzini che non concedono tregua, è l’immagine spettrale di un mondo senza pace…”

Sergio Coradeschi (Architetto), (1973) Breve estratto dalla Presentazione del Catalogo della mostra di Pier Luigi Corsi Alla Scaletta. Milano.

“…Pier Luigi Corsi ha dedicato con spirito attento una nutrita serie di dipinti di grande formato ispirati al ‘Processo’ di Kafka che viene rappresentato presentato nei momenti salienti lungo tutto l’arco degli sconcertanti avvenimenti descritti nell’opera letteraria. I dipinti son o di grandi dimensioni si è detto e non poteva essere altrimenti perché occorre immergersi direi quasi fisicamente nel quadro per poter partecipare intimamente e globalmente nel mondo kafkiano che esige anzitutto partecipazione…”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
MAURO SQUARZANTI (Castelletto Sopra Ticino NO-I) I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CULTURA XXII Ed. 2026.

 

 

 

Maurizio Squarzanti, (2024) ZIXU – Studi sulla cultura celtica di Golasecca. L’«ERMA» di Bretschneider: Roma: 1-2, 11, 8-9. Civico Museo Archeologico: Sesto Calende Varese.

 

“Ricorre nel 2024 il bicentenario della pubblicazione del libro Battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione ossia Scoperta del campo di P.C. Scipione, delle vestigia del ponte sul Ticino, del sito della battaglia e delle tombe de’ Romani e de’ Galli in essa periti, scritto da Giovan Battista Giani (1788-1857), sacerdote, titolare di due cappellanie in S. Michele di Golasecca e professore di greco e latino presso l’Imperial Regio Ginnasio di S. Alessandro di Milano. L’autore, mosso da un sincero spirito di ricerca nel solco di quel rinnovamento che animava il dibattito dei circoli del mondo culturale europeo – già particolarmente fervido negli ambienti milanesi a partire dalla seconda metà del Settecento – e cresciuto sulle istanze della nuova cultura illuminista («Così si producono le premesse per la fondazione di un atteggiamento di pensiero che col tempo può tra sformare in principi pratici…»: Ka n t 1784) da lui evocata nella prefazione quando afferma: «le lettere e le scienze colla scorta de’ lumi della filosofia hanno fatto mirabili progressi», proiettandosi ben al di là del suo status di ecclesiasta presentava ‘le antichità’ del suo paese natale, Golasecca. Il titolo richiama in modo esplicito lo scontro sostenuto dagli eserciti cartaginese e romano, nei pressi del fiume Ticino, nel corso della seconda guerra punica; scontro che, sempre secondo l’autore, avrebbe giustificato la presenza dei numerosi reperti, soprattutto tombe, ritrovate sulle colline tra Sesto Calende e Golasecca, al Galliasco, alle Corneliane, al Monsorino, al Malvai e alla Brusada. Egli descrive con cura le sepolture e i recinti di pietra talvolta ancora evidenti nelle radure e sui rilievi collinari delle terre che, in riva sinistra, costeggiano il Ticino all’uscita dal lago Verbano. L’opera si compone di dodici capitoli in gran par te dedicati a descrivere i fatti d’arme e le strategie militari dei due eserciti. In prefazione, nei primi due capitoli e nella chiusa vengono raccontate, descritte e analizzate, le scoperte o quanto a lui riportato in oggetti e racconti. Senza cedere a superstiziose suggestioni, il Giani presenta in maniera oggettiva, con un approccio di stampo positivista, la geografia dei luoghi, i monumentali recinti di pietra – erroneamente interpretati come l’ancoraggio delle tende dell’accampamento romano – i caratteri delle strutture tombali e infine i materiali, ceramici e metallici, in esse contenute. Confronta gli oggetti tra di loro riconoscendo ai reperti una specificità territoriale non confrontabile con quanto fino ad allora noto, nonostante rilevi una certa affinità dei caratteri alfabetici incisi sul bordo di alcuni fittili con «sigle parimenti etrusche», li analizza negli elementi costitutivi ricercandone gli aspetti funzionali (…) Il titolo della Collana – ZIXU – trova giustificazione nel segno graffito ospitato sul collo del bicchiere recuperato all’interno della sepoltura n. 12/1994, dalla località Presualdo (via Sculati), nel Comune di Sesto Calende. La tomba, per la tipologia dei materiali presenti, si data al secondo quarto del VI sec. a. C. Il segno scrittorio di tradizione etrusco- meridionale, definisce, secondo l’interpretazione più condivisa, il senso di ‘cosa scritta’, in una evocazione semantica che connota l’azione dello scrivere come atto di testimonianza. Un termine quasi profetico per questa iniziativa che intende raccogliere il testimone per porsi come specifico veicolo di conoscenza e divulgazione della Storia golasecchiana (…) Nella letteratura classica e antiquaria numerosi autori si sono interessati delle vicende umane di questi territori, riconoscendo loro, per la prima volta, una identità storica e geo-politica a partire dal racconto della saga di Belloveso21. Nipote del re dei Biturigi, Ambigato, sarà colui che guiderà alcune tribù celtiche della Gallia centrale verso i territori a sud della catena alpina. In particolare Livio colloca questa migrazione duecento anni prima dell’asse dio di Chiusi e dell’occupazione di Roma del 390 a.C. (V, 33, 5) e, successivamente, in coincidenza con il regno di Tarquinio Prisco e la fondazione di Massalia, nel 600 a.C. (V, 34, 1-8). Belloveso, dopo aver combattuto gli etruschi presso il Ticino, si stanziò nel territorio degli Insubres, ritenendo tale nome di buon auspicio in quanto corrispondente a quello di un villaggio della tribù celtica degli Haedui, popolazione al seguito dell’occupazione. E fonda la città di Mediolanum. Un racconto che non trova unanime considerazione e condivisione tra gli studiosi, ma che assume rilievo storico per la correlazione centro-occidentale e la fondazione del suo più importante centro: Milano. Polibio (II, 17, 4) ricorda gli Insubri come appartenenti alla più importante tribù celtica, mentre da altre fonti, Plinio in particolare (III, 124-134), ap prendiamo di altre popolazioni stanziate nell’area prealpina centro-occidentale tra cui gli Orobi, tra Como e Bergamo, e i Leponti, nell’area alpina del Ticino. un quadro che, se da un lato mostra pro cessi paleogenetici complessi anche per la difficoltà di correlare in maniera puntuale i dati delle fonti con la realtà archeologica, con margini di indeterminatezza nell’identificazione degli ethne in relazione ai loro confini geografici e alle loro precipue aree di influenza, dall’altro sembra mettere in luce una realtà protostorica, coincidente o quanto meno molto vicina, nelle sue diverse accezioni territoriali, a quella che oggi definiamo cultura di Golasecca. Una koinè riconducibile nel suo demotico prevalente, quello degli Insubres, a un’area di ascendenza celtica che, al di là di come si voglia interpretare la testimonianza liviana, sta sempre più chiaramente delineandosi nella documentazione archeologi ca ben prima dell’invasione che portò al sacco di Roma del 390 a.C. Si articolano e si consolidano, in stretta connessione con i caratteri dell’ambiente geografico, legami e rapporti di relazioni e di sistema tali da produrre e proiettare verso l’esterno una riconoscibilità territoriale fortemente unitaria e identitaria (figg. 4-5). modo inequivocabile un riferimento geografico, un ruolo di appartenenza, una riconoscibile identità culturale, un’idea di unità territoriale, con formulazioni che si sono talvolta intrecciate a esplicite rivendica zioni di carattere autonomista che ancora traspaiono nelle parole di Gabriele Verri: «Insubres sumus non Latini»24 del 1747. Questo termine ha attraversato i secoli mantenendo sostanzialmente intatta la sua connotazione territoriale e assumendo, in tempi recenti, una veste di ufficialità, in occasione della costituzione di Enti quali la Comunità di Lavoro della Regio Insubrica25, istituita nel 1995 e l’Ateneo universitario dell’Insubria fondato nel 1998. La cultura di Golasecca ne rappresenta e ne sintetizza l’aspetto archeologico (…)”

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VINCITORI
XXII ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla CARRIERA

 

Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
FABIO DOTTA (Castelletto Sopra Ticino NO-I) I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla CARRIERA XXII Ed. 2026.

 

Fabio Dotta, Incisione all’Acquaforte: Praga, Ponte San Carlo.

 

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VINCITORI
XXII ED. 2026 online
‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ XXII Edizione 2026

alla IMMAGINAZIONE

 

Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
PAOLO AGNOLI (Roma-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

Paolo Agnoli, (2012) Hiroshima e il nostro senso morale – Analisi di una decisione drammatica. Guerini e Associati: Milano: 192-193, 194, 195-197: Prefazione di Giulio Sapelli

“(…) Una delle critiche che spesso si è mossa (come visto anche da parte di alcuni scienziati americani di quel tempo, quelli del Rapporto Franck) alla decisione di costruire la bomba è che ciò avrebbe dato il ‘la’ a una corsa agli armamenti atomici che avrebbe messo a repentaglio il futuro stesso dell’umanità. Questo è effettivamente un punto delicato, su cui non è certo facile ancora oggi arrivare a conclusioni definitive. Alcune considerazioni sono però possibili. Prima di tutto, ho cercato di mostrare che, una volta che certi esperimenti (assolutamente autonomi) lo avevano reso possibile (le realizzazioni scientifiche hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo), in tanti paesi del mondo si iniziarono progetti per costruire la bomba. L’America ebbe la possibilità di arrivare prima e, malgrado una forte ritrosia iniziale ad avviare un progetto, ci riuscì. Gli Stati Uniti non ebbero in ogni caso il potere, mi si consenta una battuta, di promulgare un principio fisico che rendesse impossibile la costruzione dell’ordigno! Se non avessero costruito loro la bomba, voglio dire, prima o poi lo avrebbe fatto qualche altro paese. Come ho già sottolineato e mostrato, alla Germania (come al Giappone!) non mancò la volontà, ma la capacità. Senza dimenticare che anche l’Unione Sovietica, come mostrato nel paragrafo precedente, aveva iniziato un progetto nucleare sulla base delle prime informazioni provenienti dagli inglesi, quindi contemporaneamente se non addirittura se non addirittura prima degli americani; furono poi le terribili condizioni interne dovute all’aggressione tedesca e le capacità scientifiche/industriali che rallentarono il progetto ma non, anche qui, la volontà. Questi fatti, venuti pienamente alla luce solo negli ultimi anni, non erano certamente a conoscenza degli scienziati del Rapporto Franck che, come visto, erano soprattutto preoccupati del fatto che una corsa agli armamenti sarebbe iniziata “dopo la nostra prima dimostrazione dell’esistenza delle armi nucleari”. In ogni caso è un fatto storico che la corsa agli armamenti nucleari fu iniziata da tedeschi e quindi dagli inglesi, questi ulti mi terrorizzati più di altri all’idea che Hitler si dotasse di ordigni atomici. Andrebbe addirittura sottolineato che agli americani, al contrario di tutti gli altri, agli inizi non mancò la capacità ma la volontà. Solo per le forti pressioni dei fisici venuti dall’Europa e quindi dei politici inglesi, come ho mostrato, Roosevelt si decise infine a dare il via a un vero progetto nucleare. Quindi gli americani non iniziarono la corsa agli armamenti nucleari: la vinsero. Furono costretti a gareggiare e, come ho mostrato, arrivarono primi innanzitutto perché, a differenza di altri, accolsero persone da tutto il mondo indipendentemente dal loro credo politico, religioso o all’appartenenza di ‘razza’. Inoltre per ché non discriminarono le donne (o almeno lo fecero in modo minore di altri). Dovremmo considerare tutto questo una colpa, un atteggiamento immorale? (…) Dobbiamo in ogni caso laicamente constatare che, a differenza di quanto legittimamente temuto dagli scienziati del Rapporto Franck, dal lancio dell’atomica l’umanità ha goduto del più lungo periodo di pace a livello internazionale nella storia. Secondo von Neumann e Teller, per esempio, è stata proprio la ricerca vincente sulle armi nucleari che ha fornito agli Stati Uniti la capacità di scoraggiare l’uso degli ordigni nucleari da parte di alcuno, nel corso di decine e decine di anni. E avevano fatto questa previsione già nel 1945 (…) Nel paragrafo 2.1 ho brevemente accennato al fatto che durante le guerre, a causa del contesto che viene a crearsi, si possono otte nere risultati, per esempio relativi allo sviluppo tecnologico, particolarmente utili anche nei futuri dopoguerra. Ci piaccia o no è stato sempre così25. Questo in particolare avvenne indubbiamente nella seconda guerra mondiale26. Ovviamente, non ci dovrebbe neppure essere bisogno qui di dirlo, l’incommensurabile infelicità generale che una guerra in ogni caso procura (morti, feriti, dolori, tragedie indicibili, distruzioni di ogni tipo ecc.) rende quei risultati assolutamente di secondo piano in una valutazione globale. Il tema che questi fatti suggeriscono, piuttosto, è quello di come poter creare un conte sto decisamente favorevole agli sviluppi scientifici e tecnologici anche (e magari di più!) durante la pace. Ebbene, forse il risulta to indiretto più importante del progetto Manhattan fu quello di aver dato il via a soluzioni organizzative e modalità operative di fare ricerca che si sono poi imposte nelle società del dopoguerra. Soluzioni che hanno permesso uno sviluppo della scienza e della tecnologia con un’accelerazione mai sperimentata prima dall’umanità in tanti e tanti secoli, esclusi appunto i periodi di belligeranza. Nella storia del progetto Manhattan sono già presenti caratteristiche tipiche delle società attuali: di fatto possiamo dire che allora avvenne per la prima volta il passaggio dal procedimento industriale (produzione di strumenti) al procedimento post-industriale (produzione di innovazione) e si imposero la centralità del lavoro scientifico, la creatività collettiva e soprattutto i comporta menti organizzativi capaci di incentivarla. Tratto distintivo del XX secolo dopo il progetto Manhattan, e inizialmente proprio su modello di quest’ultimo, fu che il processo innovativo divenne fortemente istituzionalizzato e molto più sistematico di quanto non fosse stato nel XIX secolo. Questo cambiamento ebbe luogo prima in America, poi pian piano in tutto il mondo. Il modello vincente del progetto Manhattan favorì in modo decisivo l’unione fra ricerca e sistema della produzione che diede il via a sua volta all’età della ‘big science’, ovvero l’uso su larga scala di apparati, metodologie e strumentazione per la disponibilità di enormi supporti finanziari. Come è stato messo in luce in un recente lavoro sulla storia della tecnologia americana, paradossalmente, il successo del progetto nel creare armamenti dal potere distruttivo senza prece denti contribuì alle rosee previsioni postbelliche circa le possibilità di vasto utilizzo della scienza a vantaggio del benessere socia le, in America ma poi dovunque (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ANNA CANTAGALLO (Roma-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

Anna Cantagallo, (2020) Arazzo Familiare. Castelvecchi Edizioni (Lit Edizioni): Roma: 26-28.

“(…) Ma ora dimmi, Romeo, che novità ci sono?». «Molte e brutte, purtroppo. Vieni, sediamoci. Devo leggerti una nota che ho preso al commissariato dove lavoro». Sedettero su due botti affiancate che rilasciavano ancora un antico sentore di vino. Romeo, acceso un lumicino da chiesa apparso dalla sua tasca, mostrò a Giovanni una copia velina. Iniziò a leggere: Questura di Roma, 6 marzo 1944 Oggetto: Incursione aerea del 3 marzo 1944 su Roma. La mattina del 3 corrente, verso le ore 10, aerei nemici in più ondate hanno sorvolato la Capitale sganciando numerose bombe in diversi quartieri della città. Sono rimasti colpiti alcuni centri abitati. Il terrore che viene dal cielo si è abbattuto sul quartiere della Garbatella. Si hanno a deplorare numerose vittime tra la popolazione civile. I danni maggiori sono stati riportati nella zona del quartiere Ostiense, dalla piazza S. Paolo a piazza del Gazometro. Le abitazioni in gran parte sono crollate e altre minacciano di crollare. La linea ferroviaria Roma-Civitavecchia, nel tratto adiacente al Campo Boario, è stata sconvolta dalle bombe che hanno centrato molti carri ferroviari tra cui uno, carico di munizioni. Una bomba, caduta tra il piazzale Ostiense e piazza Porta S. Paolo, ha divelto ambedue i binari del tram; un’altra bomba demoliva il sottopassaggio tra l’edificio della Porta S. Paolo e la Piramide Cestia. Diverse bombe danneggiavano il cimitero degli acattolici. Alla Garbatella, in via Benzoni, crollavano i due fabbricati siti ai 26 numeri 5 e 7. Il piano stradale di detta via era reso impraticabile e la circolazione della linea tranviaria n. 22 restava interrotta. A tutt’oggi sono stati accertati 140 morti e 157 feriti. Firmato: il Questore P. Caruso «Via Benzoni 5. Quindi il nostro palazzo è stato distrutto; la nostra casa non esiste più», disse Giovanni con un filo di voce. «Il bombardamento è stato in grande stile» precisò Romeo «184 apparecchi americani Marauder, partiti dalla base di Decimomannu, in Sardegna, e scortati da sei Spitfire, hanno centrato la stazione Ostiense, il loro obiettivo, scaricando una quantità enorme di ordigni. Una strage, Giovanni mio, una strage». «Oh, mio Dio! E io ero lì, ero lì…». «Ma le notizie peggiori sono altre» sospirò Romeo. «La mattina era chiara, non c’era alcuna possibilità di equivocare. Le case popolari in via Ostiense e in via dei Conciatori sono state completamente distrutte mentre del palazzo di via Pellegrino Matteucci, dove c’era il vostro rifugio, non è rimasto quasi nulla. Sono mort…». Giovanni gli chiuse la bocca con una mano. Strinse forte e a lungo per tacitarlo. Non voleva sapere di più. Essere scampato alla morte, fuggendo con la camionetta delle suore del convento lì vicino, gli ricordava che la morte era sempre pronta a incombere su lui e sulla sua famiglia Giovanni gli chiuse la bocca con una mano. Strinse forte e a lungo per tacitarlo. Non voleva sapere di più. Essere scampato alla morte, fuggendo con la camionetta delle suore del convento lì vicino, gli ricordava che la morte era sempre pronta a incombere su lui e sulla sua famiglia. Sentì le viscere contorcersi dalla paura, dalla rabbia. «Maledetta guerra. Maledetti americani, maledetti crucchi!» imprecò alzandosi in piedi. Dette un pugno violento alla botte. Con un gesto della mano Romeo lo zittì: «Sssh! Dobbiamo essere cauti. Parla piano. Qualcuno potrebbe essere in ascolto». «Hai ragione. Le spie sono dappertutto, anche tra gli amici. Ma ora, Romeo, racconta» lo incoraggiò Giovanni. «Non puoi capire quello che ho visto, quello che ho sentito dire in giro. In questi giorni dormo pochissimo: solo due o tre ore di un sonno agitato di morte e distruzioni. Tuttavia, quando lavoro, mi meraviglio di non sentire alcun ribrezzo nel vedere i cadaveri squarciati lasciati lì, nella strada, in balìa degli animali». 27 Si prese la testa fra le mani, reprimendo a stento un singhiozzo. Giovanni gli mise un braccio sulle spalle come da bambini, quando s’incoraggiavano a vicenda. Anche lui sapeva che non c’erano più nemmeno le bare per seppellire i morti. «Le città sono quasi deserte» continuò Romeo a voce ancora più bassa «si aggirano solo i ladri, degli sciacalli. L’altro giorno ne ho fermato uno che a una donna…». S’interruppe. Non riusciva a scacciare l’immagine del ladro che toglieva la catenina a una bimba morta, in braccio alla mamma che vagava inebetita dopo la caduta dell’ennesi ma bomba. «Le donne si muovono da sole, senza nessuna protezione» s’inserì Giovanni «per cercare di portare a casa un poco di pane, solo un poco di pane, da accompagnare alle erbe trovate nei campi». «Neanche il pane basta per tutti. Ci sono stati degli assalti ai forni. Ti ricordi il mulino Tesei?». «Quello del ponte di Ferro, all’Ostiense? Noi andavamo lì con la tessera annonaria, anche se di farina in quel pane ce ne era davvero poca; forse segatura, ceci, e chissà cos’altro». «Già, proprio quello. Si è saputo che panificava per i tedeschi e al lora le donne affamate, con i loro bambini in collo, hanno forzato i cancelli per prendere la farina, della vera farina bianca, usando i figli come scudi ma…» continuò Romeo «ma…qualcuno avvertì i tedeschi. Dieci donne non sono riuscite a scappare». «Le hanno fucilate, non è vero?». «Sì, e poi le hanno abbandonate sulla ringhiera del ponte fino al giorno dopo, per monito alla popolazione». «Maledetti i borsari neri! Solo loro hanno la pancia piena». Giovanni iniziò a singhiozzare sulla spalla del fratello. (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ELISABETTA ORSINI (Roma): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

 

Elisabetta Orsini, (2025) Incipit. Sulla genesi dell’opera d’arte. Mimesis Edizioni: Milano-Udine: 52-54.

 

“(…) Mi chiedo se sia possibile disegnare una mappa oltre che del per corso d’opera anche del suo processo di pura costruzione mentale. Una cartografia di tutti i segni che gli artisti hanno pensato e poi cancellato muovendosi dentro loro stessi come dentro a un bosco, avanzando e arretrando e poi cambiando direzione. Sarebbe magnifico riuscire a entrare dentro a questo totalmente astratto atelier mentale e visionare le mappe delle opere immaginate, come se si stesse in una biblioteca o in un museo geografico. Ma queste carte sembrano scritte su una materia mobile, acquatica; ricordano quell’acqua sulla quale Keats pensava scritto in epigrafe il suo nome: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”. La mappa cerebrale che ho definito acquatica potrebbe essere tra scritta soltanto da uno studioso capace di rivolgere la sua attenzione a stati del pensiero cangianti, approssimativi, momentanei, fulminei. Questo studioso dovrebbe saper osservare la sua mente come se fosse la mente di un altro e occorrerebbe che riuscisse a pensare senza perdere memoria del suo pensiero, né dei percorsi compiuti, degli arretramenti e delle impasses. Avendo memoria di tutto questo, lo studioso si troverebbe tuttavia ad affrontare il problema precedente mente esposto ovvero quello del passaggio dal segno mentale a quel lo materiale; egli dovrebbe essere capace di riportare velocemente gli eventi del pensiero, sapendo annotarne l’esatto garbuglio, ovvero tutto ciò che avviene anche in intensità dentro al pensiero e non sol tanto in estensione sul regno della carta. Ebbene non potrebbe fare a meno di contaminare i due mondi, perché impossibile sarebbe restare all’interno della sola mappa “ideale”. Inoltre la sua mano non riuscirebbe a viaggiare alla velocità della mente che con estrema difficoltà, perché la mente sa procedere in più direzioni contemporaneamente attraverso forme di pensiero multiplo parallelo e avviene che s’inoltri in visioni, in rapide intuizioni non facilmente trascrivibili, in ricordi, o anche in stati annebbiati e confusi che purtuttavia – creativamente parlando – significano qualcosa. Può essere che talora ci si inganni rispetto alla ricchezza del pro proprio pensiero; nel momento in cui rifulge nell’atelier del cervello, esso sembra preciso come una lama e pare imporsi come se fosse L’elaborazione dell’incipit un’opera compiuta, già cesellata con un lungo lavorìo. A chi li ha pensati, i segni mentali possono apparire perfetti; costui vorrebbe che la mano li traducesse tali e quali sulla materia. Tuttavia per esperienza sappiamo che questa ricchezza nel momento della sua traduzione in segno esterno talora svanisce. Il pensiero originario sembrava più bello e più esatto, la sua espressione si rivela una lontana eco del prototipo interno. Vien da chiedersi se quel fulgore della mente non sia un vivace inganno dovuto a uno stato di ebbrezza, a un’illusione: comunque esso non è sempre capace di reggere l’urto del confronto con la materia. Certamente un problema è quello relativo al carattere effimero dei segni interni. Sarebbe bello se riuscissero a incidersi subito su pietra e se non tendessero invece a svanire alla luce del sole, al contatto con l’aria. Se la materia è inefficace a esprimere quell’originaria intensità, ciò accade anche perché non sempre riesce a catturarla e a farla propria. Dunque è difficile capire dove inizi l’inganno e dove invece sussista una reale incapacità di tradurre adeguatamente un mondo nell’altro. L’incipit è composto da materia viva. Non è un semplice oggetto creato dall’artista attraverso manipolazioni della materia, ma è il nucleo incipitario di un organismo dotato di una sua vita propria. L’artista intercetta la vita dentro alle cose apparentemente morte e coniuga queste forze con le sue proprie forze spirituali. Da una parte ci sono i segni aerei e mutevoli della mente, dall’altra le forze vitali e organiche della materia. Nel punctum nasce la sintesi tra queste due vitalità che s’incontrano, s’incastrano, si ridefiniscono dialetticamente producendo uno sviluppo. I segni del linguaggio appartengono a questo mondo della materia oltre che al più puro e impalpabile piano semantico; i significanti sono vivi, così come è vivo il foglio, la fibra della carta che incontra la mano che scrive, il colore spremuto sulla tavolozza e steso con il pennello. È questo universo di forme e di forze che l’artista cerca di penetrare e svelare mediante il punctum. Riassumendo si può pensare a una lunga linea senza soluzione di continuità che contenga alle sue due estremità la mente dell’artista e il corpo del mondo: ebbene le forme sono sezioni di tale linea, ovvero punti di stabilizzazione di “movimenti” nati dal confronto tra gli estremi. 54 Incipit A proposito di questa complessa dialettica tra mente e punctum, occorre ritornare sui casi, cui abbiamo già accennato, in cui l’artista scopre l’opera mentre la produce, e non riesce a prevederla intera mente dentro di sé, ma la rinviene nel complesso rapporto con il mondo. Lo sviluppo dell’opera si svolge fuori dalla mente dell’artista, nella concatenazione dei segni che egli ha attivato e sui quali continua a lavorare. (…)

 

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
FEDERICO PAPALIA (Mirandola MO-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

FEDERICO PAPALIA, (2025) L’Immortal Materia. Dalla nascita della materia all’intelligenza artificiale: la vocazione dell’uomo per l’immortalità. Amazon.it: 8-9, 37, 57, 136-138.

“(…) C’è una legge, silenziosa e implacabile, che attraversa l’intero universo, dalle nubi di gas primordiali che hanno generato le stelle fino al decadimento termico delle ultime particelle. Una legge che, a differenza della gravità o dell’elettromagnetismo, non costruisce: consuma, dissolve, disperde. È l’entropia. Eppure, non c’è nulla di più creativo della sua distruzione. Perché è proprio la tensione tra ordine e disordine, tra struttura e disgregazione, che ha dato origine al tempo, alla vita, e persino alla coscienza. Questo libro si apre con l’entropia non per caso, ma per necessità. Ogni riflessione sull’immortalità, sulla memoria e sulla tecnica parte da qui: dal riconoscimento che ogni cosa che esiste è soggetta a un lento, costante scivolamento verso la fine. Entropia è il nome fisico della morte, la sua grammatica nascosta. Ma è anche il segreto del divenire, la condizione stessa che rende possibile il cambiamento. Lungi dall’essere un concetto relegato ai manuali di termodinamica, l’entropia rappresenta il primo specchio in cui l’uomo ha scorto la propria caducità e, paradossalmente, anche la propria volontà di sfuggirle. Come diremo più avanti, essa è la soglia concettuale oltre la quale il desiderio di permanenza — e quindi di immortalità — comincia a prendere forma (..) Come abbiamo già accennato, l’entropia rappresenta una grandezza profondamente misteriosa e controintuitiva, che sfugge a una definizione semplice. A livello intuitivo, l’abbiamo associata al concetto di disordine, di degradazione dell’organizzazione e di perdita di struttura. Ma questa descrizione, per quanto evocativa e utile a visualizzare il decadimento della materia, non rende ancora piena giustizia alla profondità concettuale di questa grandezza. Qui, l’entropia smette di essere solo una misura della disgregazione per rivelarsi come qualcosa di ancor più radicale: un elemento intimamente e indissolubilmente connesso alla natura stessa del tempo. L’entropia, infatti, possiede una caratteristica unica nel panorama delle leggi fisiche: è l’unica grandezza che introduce una distinzione netta e incontrovertibile tra un “prima” e un “dopo”, che spezza la simmetria temporale delle equazioni fondamentali introducendo una freccia inequivocabile nel flusso temporale. Mentre tutte le altre leggi della fisica classica sono indifferenti alla direzione del tempo, l’entropia impone una direzione preferenziale, stabilisce un verso obbligatorio per l’evoluzione dei sistemi fisici (…) In questo senso, la morte diventa motore del divenire: è proprio la prospettiva del collasso a spingere i sistemi viventi a sperimentare, a variare, a selezionare le strategie più resilienti. Senza la minaccia del disordine, senza il confine ultimo del non-essere, non ci sarebbero né evoluzione, né innovazione, né diversificazione. Il destino di ogni specie è scritto nell’ultimo atto della sua esistenza: l’inevitabile ritorno al caos. Ma è in questo ritorno che si apre una nuova breccia di possibilità, dove nuove forme di vita possono sorgere, dove nuove soluzioni possono emergere. (…)

Homo Faber, Homo Deus e l’inganno dell’Homo Intellectualis Tornando alla linea tracciata nel sesto capitolo tra Homo Faber e Homo Deus, noi ci troviamo nel mezzo. Siamo Homo Intellectualis: creature che pensano, che creano, ma che non agiscono più nel mondo materiale, bensì in una dimensione astratta. I dispositivi digitali ci fanno credere di essere ancora Homo Faber – costruttori, manipolatori di oggetti reali – ma in realtà viviamo esperienze filtrate, simulate, virtuali. Giochiamo, creiamo, modifichiamo – ma lo facciamo nello spazio simbolico dei dati, non più nella terra, nella pietra, nella materia. Il bambino moderno è un esempio emblematico. Cresce con la convinzione di poter lasciare traccia di sé sin da subito: basta aprire un profilo, pubblicare una foto, un video. Ma questa traccia non è costruzione. È solo esposizione. Il problema non è che il bambino usi la tecnologia, ma che creda che la visibilità sia memoria, che l’identità sia un contenuto, che il mondo sia uno schermo. Così, trascurerà tutte quelle attività fondamentali che lo formerebbero davvero: l’apprendimento lento, l’artigianato, il gioco costruttivo, l’esplorazione concreta del mondo.

Il caso Minecraft e l’inganno creativo Minecraft, come altri giochi di simulazione e strategia, è un esempio perfetto di questa dinamica che è anche alla base del loro successo. L’utente si sente creatore di mondi, architetto, ingegnere, esploratore. Ma tutto avviene all’interno di una realtà digitale, non trasferibile nel mondo reale se non simbolicamente. Il giocatore è convinto di agire come un Homo Faber, ma non manipola la materia, bensì i dati. Non lascia una traccia nel mondo, ma in un server. Il problema non è il gioco in sé – che ha potenzialità cognitive ed educative – ma l’assenza di consapevolezza: se l’utente non distingue tra costruzione reale e costruzione simulata, rischia di illudersi di essere diventato “immortale” prima ancora di capire chi è.

Denatalità e tradizione: la fragilità della cultura Un’ultima riflessione riguarda la denatalità e la memoria culturale. In un mondo sempre più globalizzato e digitalizzato, le culture locali – con le loro lingue, rituali, storie, codici – si stanno dissolvendo. La trasmissione intergenerazionale si è interrotta. Ma se non siamo noi a prenderci cura della nostra eredità, chi lo farà? Le culture non sopravvivono da sole. Non basta documentarle. Come la memoria, hanno bisogno di essere vissute, incarnate, praticate. Conservare la cultura significa onorare i nostri morti, le loro visioni, le loro fatiche. Non si tratta di nostalgia, ma di responsabilità. L’uomo è ciò che eredita. Distruggere la propria memoria culturale significa accettare di dissolversi nel tempo. Come ogni altra entità sottoposta all’entropia, anche la cultura muore se non riceve energia: e l’energia, in questo caso, è attenzione, cura, trasmissione.

Immortalità come tensione, non come possesso Siamo giunti alla fine di questo viaggio. Dalla polvere stellare all’intelligenza artificiale, l’essere umano ha cercato di sconfiggere la morte con ogni mezzo. Ma forse la morte non è l’antagonista. È il limite che dà forma alla vita, che le conferisce urgenza, bellezza, significato. È la fine che rende ogni attimo degno di essere vissuto. L’immortalità non è una condizione da possedere, ma una tensione da abitare. L’uomo non deve diventare eterno, ma creare come se lo fosse. Costruire mondi, memorie, legami, opere. Agire come Homo Faber, pensare come Homo Deus, ma vivere come Homo Sapiens: sapendo di essere mortale, e proprio per questo, capace di infinito (…)”

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Comitato del ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ | Udine UD
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® 2026
ANNA MARIA PESCETTO (Albisola Superiore-I): ‘PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ®’ alla IMMAGINAZIONE XXII Ed. 2026.

 

Anna Maria Pescetto, (2026) Le disavventure di Lucille Gaben e altri racconti. EBS Print: Da La foresta di Huelgoat. 39-42,

“(…) Il giorno seguente Lucille decise di andare nella fore sta di Huelgoat, sentiva l’esigenza di evadere da quella realtà che la faceva soffrire così tanto ed era già stata in quei posti che profondamente amava e il suo desiderio era quello di stare sola. Partì con la sua auto molto presto, percorse tutta la strada, a fatica teneva gli occhi aperti inondati dalle lacrime, infine si arrestò e si incamminò nella boscaglia. Il tempo non contava ormai più, camminava con passo le sto e lasciò il sentiero. Si sentiva vuota e senza scopi, ora le lacrime le procurava no bruciore, gli occhi erano gonfi e arrossati, ma non riusciva a fermarle. Gli alberi fitti e i cespugli lasciavano lo spazio appena sufficiente per lasciar passare un gatto: non era possibile proseguire. Ciuffi di castagno sembravano sbarrarle anche lo sguardo e non permettevano che vedesse il cielo, doveva essere tutto buio intorno e dentro di lei. In quei momenti era incapace di volere, quegli attimi lunghi come mai non permettevano un minimo mutamento, era paralizzata anche nel subconscio. L’acqua… Improvvisamente udì l’acqua scorrere tra un sasso e l’altro, percepì una forma di movimento e si accorse di riprendere in un istante la vita fra le mani, la stessa vita che non voleva più. Il vento spostava le nuvole velocemente e sembrava che 39 qualche goccia di pioggia cadesse già: questa percezione del reale le fece accelerare il passo. Ora pioveva forte e qualche lampo solcava il cielo. Lucille vide una costruzione in pietra, poteva essere una vecchia stalla, e si avvicinò. Erano rovine, l’erba fuoriusciva da ogni crepa e il pavimento, che avrebbe dovuto essere in terra battuta, era ridotto a prato incolto. Udì un forte rimbombo che la fece sussultare, seguito da un rumore sordo di sassi che rotolavano. Sbirciò da un grande foro nel muro e vide la frana a pochi metri da lei. Terrorizzata chiamò aiuto ma nessuno rispose se non il rumore incessante e spaventoso dello smottamento. Restò per un attimo paralizzata non sapendo cosa fare, poi si allontanò in fretta da quel luogo. Il terriccio e i sassi avrebbero potuto travolgerla da un momento all’altro. Corse per quanto le fu possibile sul terreno in pendenza. Cadde, si rialzò: i capelli s’impigliarono in un ramo basso, strappò con forza la ciocca, urlò di dolore e riprese a correre inciampando continuamente. Finalmente ritrovò il sentiero, lo percorse fino alla radura dove aveva lasciato l’auto; provò ad accenderla e al primo tentativo fallì, in seguito riuscì ad avviarla e si diresse verso casa. Guidava con difficoltà, le braccia dolenti faticavano a reggere il volante, aprì il finestrino e un odore intenso di muschio e di foglie marce invase l’abitacolo e lo richiuse subito. Pensava alla paura provata, a quanto aveva rischiato di venir sepolta dalla frana, si ripromise di non rischiare più in quel modo. Trascorse un giorno nella grande dimora, Octave cercava di riflettere con obiettività sugli ultimi avvenimenti e dopo una lunga riflessione fece chiamare Lucille dalla governante e l’attese nello studio. «Devo parlarti, Lucille, siediti». Disse con il viso più cupo del solito. Lei si sedette davanti alla vecchia scrivania, teneva gli oc chi bassi come un condannato in attesa della decapitazione. «Ho parlato con l’avvocato per la nostra separazione e mi ha consigliato di attendere. Sinceramente credo che sia la cosa migliore da fare anche se, per essere coerente con i miei princìpi, dovrei lasciarti. Ma non posso. Il destino ti ha già punito togliendoti il bambino». Ci fu una lunga pausa e la donna, sempre con gli occhi bassi, pareva rimpicciolirsi, magra e minuta com’era sembrava scomparire. Il suo pensiero vagava alla ricerca di un punto fermo della sua vita dal quale ripartire, finché raggiunse l’immagine di Philippe e da lui non si distolse. Lucille provò un odio lacerante verso se stessa. Ho tradito e umiliato Octave e ora mi perdona? Pensò. Sul piano del tavolo caddero delle lacrime, lei non si mosse. «Non avevo mai visto i tuoi occhi gonfi dal troppo piange re e segnati dalle notti insonni, ma soprattutto non avevo mai visto i tuoi occhi spenti… Nonostante tutto anch’io ho dei sentimenti e ho imparato a osservare chi mi è accanto, anche se tu non lo crederai». Disse Octave. 41 Lucille taceva e ascoltava rassegnata con lo sguardo inespressivo di chi dalla vita non si aspetta più nulla. Il marito la osservava, si alzò e, senza parlare, uscì dalla stanza. Rimasta sola a lottare contro se stessa, travagliata dal forte senso di colpa e dal desiderio di rivedere il suo amato, Lucille soffriva. E più pensava a Philippe più si odiava. Si stava insinuando nella sua mente un pensiero positivo di stima per il marito: l’aveva tradito, umiliato e nonostante tutto sembrava perdonarla. La donna intuiva la nobiltà d’animo dell’uomo che aveva sposato (…)”

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Al termine di questa Rassegna, il mio riconoscente saluto va a tutti i Partecipanti, Vincitori e non, che hanno onorato il ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ offrendo la loro pregiata attività culturale e le loro opere al festeggiamento di FRANZ KAFKA come scrittore e come uomo, come persona, ed esprimo loro il mio più sentito ringraziamento!

                                                        Rita Mascialino (detta Maddalena *)

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*In onore, memoria e gratitudine per la nonna materna Maddalena Fornasari, Sarizzola di Costa Vescovato AL.

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Franz Kafka (1906), Alamy Photo Stock.

Rita Mascialino (2024)

Studio Fotografico VALENTINA VENIER Udine

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Franz Kafka (1906), Alamy Photo Stock.

Rita Mascialino (2024)

Studio Fotografico VALENTINA VENIER Udine

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