SEZIONE RACCONTI EDITI

 

Mauro Ursino è nato a Bologna, dove risiede. È professore ordinario di Bio-ingegneria elettronica e informatica presso l’Università di Bologna. Si occupa in particolare dello sviluppo di modelli matematici di sistemi fisiologici complessi e di neuroscienze computazionali. È anche scrittore.

 

“La raccolta di racconti di Mauro Ursino La casa con il pozzo (Torino: Neuma Editrice, 2010), Primo Premio Franz Kafka Italia ® 2011, presenta una sfumata variazione sul Leitmotiv rappresentato dalla madre di tutte le paure degli umani, la paura riferita al passare veloce del tempo e all’avvicinarsi della fine, poli tra i quali si svolge inevitabilmente la vita ed entro i quali appare difficile dare un senso all’agire umano, alle attese, al dolore, alla gioia, alle mete da raggiungere, ad ogni cosa. Ma un senso c’è e pur in tono delicato e raffinato che accompagna l’espressione linguistica, un senso molto forte e implicito all’essere Mauro Ursino uno scrittore, un artista. L’arte dunque per l’Autore, lungi dall’essere riempitivo di ore oziose, è sapiente compagna dell’uomo e dà senso alla vita proprio perché amplia esponenzialmente le possibilità di conoscenza della propria personalità e stimola i lettori sul medesimo piano, nonché concilia gli umani con il loro tragico destino riuscendo ad avvicinare questo nella sua veste virtuale più bella, capace di dare l’azione catartica senza l’impatto duro della materia, dei fatti concreti, ma anzi facendo apparire il citato destino commovente, bello, come avviene nei racconti di Mauro Ursino. Inoltre l’Autore evidenzia in tutti i suoi racconti la sua grande umana disposizione verso gli altri,  che traspare dall’affetto con cui dipinge i suoi quadri esistenziali, i suoi personaggi e sul piano delle sue riflessioni con cui esprime la sua visione del mondo, al cui centro sta la volontà di aiutare il prossimo a sopportare la sofferenza, ad alleggerirla ove possibile, sia a livello di arte che di conoscenze scientifiche applicate in questa finalità. Tutto ciò dà l’unico senso possibile alla vita secondo i racconti di Mauro Ursino, un senso che, esaurendosi completamente all’interno dell’esistenza, dà la tonalità malinconica di fondo al narrare di questo Autore. Il titolo, oltre ad indicare una concreta casa con pozzo, è forte simbolo della personalità d’artista di Mauro Ursino: una struttura razionale che emerge in superficie attingendo tuttavia acqua vitale da fonti profonde, così come la personalità realizza la propria struttura di consapevolezza grazie alla linfa sotterranea fornita dall’inconscio e l’arte stessa vive della linfa sotterranea fornita dalla fantasia.”

Rita Mascialino

 

 

Adriano Velussi è nato a Gorizia, dove risiede. Ha alle spalle finora più di una sessantina di mostre personali in Italia, in Slovenia ed in molte città estere, nonché poco meno di trecento esposizioni collettive. I suoi temi di interesse convergono sia sul paesaggio e sulle figure umane, sia sul mondo dell’astratto in cui la sua creatività artistica si è soprattutto concentrata e si individua attualmente.

 

“Colpiscono nella semantica quanto mai complessa del dipinto ad olio di Adriano Velussi, donato al Premio Franz Kafka Italia ® 2011, strutture accesamente colorate a profilo curvilineo che si intersecano liberamente sparse e raffigurate nella forma di un ellissoide. Non rappresentano un oggetto materiale riconoscibile, hanno significato simbolico, appunto astratto. L’elissoide è contornato da colori che si fanno più scuri man mano che la prospettiva si allontana dallo stesso, un po’ come se lo sfondo assumesse dal corpo centrale sfumature e riflessi per poi scurirsi fino all’assenza di qualsiasi colore come è nei bordi più estremi del dipinto. Ciò implica che lo sfondo sia scuro di per sé e si manifesti nella sua assenza di colori proprio in distanza dal centro colorato. L’elissoide racchiude in sé molti colori: l’azzurro, il giallo, il rosso, altri E veramente l’elissoide così colorato evoca la spazialità della Terra che accoglie, per ora unica nell’Universo noto agli umani, la vita. L’azzurro evoca la presenza del mare e del cielo più sereno che in esso si riflette, il giallo quella delle messi, ma anche quella dell’oro, della cosa preziosa, divina; il rosso si associa al sangue, all’azione, alla lotta, ma anche all’amore che porta avanti la vita; le molte sfumature più tenui infine portano la presenza di azioni e sentimenti più delicati, meno prorompenti non meno importanti e che contribuiscono a sfaccettare la varietà della vita. Così la Terra si veste della visione  simbolica del mondo osservata attraverso il filtro semantico-emozionale offerto dalla mente artistica di Adriano Velussi, un filtro profondo, vicino all’elaborazione inconscia dell’esperienza, quello che precede la parola, quello estetico delle immagini come più originari schemi semantici. Questo filtro, per quanto impalpabile e distante dalla concretezza del reale, risulta essere nell’immagine creata da Velussi proprio quello più capace di reggere alla minaccia di un Universo dall’aspetto inquietante di un buco nero che tuttavia, pur incombente tutt’intorno ai colori, non solo non risulta in grado di spegnere la festa della vita al suo interno fatta del sangue che fluisce nell’amore e nella battaglia, nella fantasia e nella gioia di interpretare l’Universo, come ci dicono alcuni degli intrecci colorati scelti dall’artista, ma ne viene contagiato come mostrano le sbavature cromatiche: non l’oscurità pure presente invade la visione del mondo in Velussi, ma la potenza dei colori della psiche umana, quella artistica in particolare che dà la più vera memoria della vita per come viene vissuta e interpretata dai popoli, comprensiva quindi della loro immaginazione, si fa avanti nel buco nero e comunque resiste nell’oscurità squarciandola e invadendola, nonché diffondendovi riflessi che vivificano il nero stesso contagiandolo ed inoltre rendendone per così dire visibile la più temibile dinamica. L’elissoide, nella sua forma globale e nella separazione di aree scandite dai diversi colori e dalla presenza del colore del sangue, evoca anche, seppure alla lontana, il cervello umano che porta la luce della vita nel buio Universo, cervello il cui colore, diverso da quelli presenti nel dipinto tranne quello relativo al sangue, è trasformato sul piano estetico nei colori simbolici di azioni, tratti psicologici, emozioni, visioni del mondo.”

 Rita Mascialino

 

Alessandro Bani è nato a Livorno, dove risiede. È laureato in Medicina, è psichiatra e psicoterapeuta presso l’Ospedale della Versilia a Lido di Camaiore. Ha pubblicato numerosi lavori scientifici. È anche scrittore.

 

“Il racconto lungo di Alessandro Bani Luna mistica (Lucca: Edizioni Massarosa, 2011), Secondo Premio Franz Kafka Italia ® 2011, si incentra soprattutto attorno al problema degli abbandoni, delle separazioni dalle persone, ma anche dagli eventi che compongono l’esperienza e con essa la personalità che risulta così non scevra di ferite, di strappi. Per l’uomo di Alessandro Bani non è possibile, per quanti sforzi faccia, trattenere l’esperienza, il passato, che al contrario svanisce lasciando l’individuo vuoto di ogni cosa e pieno solo del rimpianto di ciò che non è più e che tuttavia è stato ed ha suscitato in lui illusioni, attese, speranze, sicurezze che si sono rivelate poi inconsistenti lasciandolo solo con un se stesso rivolto alla ricerca di ciò che non ha più esistenza altro che nel ricordo. Il passato si porta via tutto ciò che l’uomo ha costruito o ha creduto di costruire, soprattutto, ma non solo, le relazioni affettive, i suoi legami stretti per superare la paura di essere solo sulla Terra. La ricerca del passato è quanto impegna il protagonista del racconto, ma è anche essa stessa un ostacolo a proseguire nella vita: lo sguardo di chi cerca ciò che è stato è rivolto all’indietro, non è impegnato nell’avanzare, in questo caso nel vivere la vita senza lacci o catene che ne impediscano il passo, che ne smorzino l’energia vitale utile a proiettarsi nel futuro ed afferrarlo  rendendolo presente vissuto. Certo, la riflessione sulla vita serve alla comprensione della vita, ma smorza la volontà e la capacità di agire. Il nome del protagonista, Amber, Ambra, in greco elektron, è un nome simbolico della condizione del protagonista che anche per il suo  tramite diviene esplicito emblema di tutta l’umanità. L’ambra è una resina fossile risalente a tempi antichi, è un mineraloide, ma il suo nome indica anche, come abbiamo visto, l’elettrone, quella particella energetica subatomica della materia che nei legami a livello molecolare sta alla base delle attrazioni e delle separazioni ed è anche indice della disgregazione e separazione della materia di cui consta la vita. Un nome quindi di persona che porta in sé il  traguardo di ciò che vive in un destino composto da una serie ininterrotta di abbandoni fino all’ultimo definitivo abbandono dovuto all’incontro con la morte ed il ritorno all’inorganico di cui il nome è indice nel racconto di Alessandro Bani. Così, su questo triste piano non più umano della disgregazione e trasformazione della materia si può trovare una sorta di legame indissolubile, l’unico possibile per altro nella più profonda visione del mondo di Alessandro Bani, con chi e con ciò che abbiamo dovuto abbandonare, che ci ha abbandonato. Tale legame ultimo è ormai definitivo, non vi saranno più separazioni, abbandoni, l’angoscia di dover lasciare sempre tutto e tutti non sarà più, così che questa stabilità può essere finalmente per l’eternità. La luna che compare nel racconto non ha la funzione di illuminare la notte, ma ha quella di introdurre la notte ed il suo buio, di farlo percepire al protagonista in modo meno spaventoso, protagonista che in tal modo scivola dolcemente nella foscoliana assenza di luce che contraddistingue la morte, un buio che si rivela custode del mistero della vita che non si schiude mai del tutto alla comprensione dell’uomo.”

  Rita Mascialino

 

 “Il dipinto ad olio di Adriano Velussi donato al Premio Franz Kafka Italia ® 2011 appare come  una diversa e sofisticatissima elaborazione del medesimo tema generale espresso nel dipinto precedente con la differenza che è riconoscibile ancora più in primo piano un capo ed un collo umani e che lo sfondo non è cupo come nel dipinto precedente. La presenza centrale dell’uomo e della sua intelligenza espressa dall’esposizione dell’intera testa piena di simbolici colori proiezioni di creatività ed eretta su un collo quasi come su un’eruzione di natura verde e rigogliosa rischiara più fortemente ed ampiamente l’ombra, che pure la attornia nell’Universo senza dei di Adriano Velussi. Tale astratta rielaborazione della dinamicità dell’intelletto avviene con contorni non definiti, fuori quindi da possibili limiti ed al contrario in piena effervescenza di mutamento.”

Rita Mascialino

Rosalia Maria Messina è nata a Palermo e risiede a Catania, dove svolge una professione giuridica. Ha scritto varie raccolte di racconti ed ha ottenuto diversi premi letterari.

 

“La raccolta di racconti di Rosalia Maria Messina Prima dell’alba e subito dopo (Roma: Giulio Perone Editore, Divisione LAB, 2010), Terzo Premio Franz Kafka Italia ® 2011, rivela già nel titolo il significato profondo degli stessi. Prima dell’alba c’è il buio della notte più profonda, subito dopo c’è la luce colorata dell’aurora. La vita che Rosalia Maria Messina rappresenta nei suoi racconti si espande mostrando un gap tra il buio della notte più profonda, prima dell’alba, e lo scoppio cromatico della gioia di vivere dopo la stessa. Resta fuori dal gioco l’alba, che sta nel gap appunto, con la sua luce fredda e triste, anche spaventosa se viene osservata puntualmente nella sua brevissima apparizione che mette in evidenza l’orrore relativo all’esistere su di un astro ruotante nel vuoto e privo di stabilità per come viene intesa dagli umani. Resta fuori quindi il sinistro che accompagna l’esistere magari non visto nel quotidiano o scacciato appunto dal quotidiano pieno di incombenze lavorative, di impegni con le persone care, di impegni con la vita. Potrebbe sembrare che i colori dell’aurora siano già il giorno e che si passi quindi dalla notte più nera al giorno più luminoso, ma non è così. Anche il giorno con le sue incombenze viene lasciato fuori da Rosalia Maria Messina nel suo titolo emblematico della sua personalità di artista, solo il momento breve in cui scoppiano i colori più belli quali l’arancio in varie sfumature, il rosa pure in varia gradazione e l’oro più acceso tra gli altri viene preso in considerazione dall’Autrice, colori che annunciano l’ingresso del giorno, del sole, ma non sono ancora il giorno degli umani, lo precedono appunto e seguono subito la fredda alba. Così a Rosalia Maria Messina interessano il buio più nero simbolico dell’inconscio artistico più profondo ed i colori più belli della fantasia che ha il suo regno fuori dal giorno pratico e concreto. Si tratta di un’angolazione che sparge la sua luce colorata sullo scenario che fa da base ai racconti narrati dall’autrice, scenario in cui essa colloca le vicende esistenziali di ciascun essere umano, scenario che porta la sua luce vivificatrice nel reale.”

 Rita Mascialino

 

 

“Il dipinto ad olio di Adriano Velussi donato al Premio Franz Kafka Italia ® 2011 presenta una ulteriore variazione sul tema dei due dipinti precedenti. Le differenze più vistose riguardano lo sfondo e l’elissoide. Lo sfondo è inondato di luce che riflette in profondità, sotto il possibile specchio d’acqua, le tinte che connotano l’elissoide. Questo, simile agli altri due nei colori e nelle forme dinamiche  che lo compongono, è tuttavia chiuso in una circonferenza rosso sangue o rosso fuoco che lo delimitano con più rigidità che nelle due precedenti raffigurazioni. Se continuiamo nella simbologia precedente del globo terracqueo, in alto e verso sinistra il moto di ascesa del rosso verso la superficie evoca un’eruzione vulcanica di lava in atto. Il colore rosso della circonferenza allora sta per la formazione della crosta terrestre fatta di lava poi disseccata e recante ancora la memoria delle sue origini infuocate. Se continuiamo anche nella simbologia del cervello, vediamo come l’attività più accesa, più creativa sia quella che si nutre di energie sotterranee, che vengono dal profondo e non si nutrono solo della superficie. In questo dipinto di Adriano Velussi lo sfondo non ha più nulla di oscuro, ma non è meno inquietante del buco nero: il globo diffonde i suoi colori all’esterno creando l’illusione di una base infida come l’acqua; in aggiunta, il globo illumina intensamente con il suo perimetro di vulcanica energia quanto gli sta attorno creando ulteriori illusioni di affidabilità, così che sia nell’un caso che nell’altro tale globo viaggia comunque sull’instabilità delle illusioni ottiche di superficie, ossia è in posizione quanto mai precaria da ogni punto di vista lo si consideri. Quanto all’elissoide visto come cervello, esso invade l’ambito circostante con la luce della sua energia, viaggia nella luce da esso prodotta e che riflette la sua attività multicolore nelle sue manifestazioni più creative.”

Rita Mascialino

 

 

Filippo Caira è nato a Cosenza, dove risiede. È laureato in Lettere Moderne, è funzionario di banca. È anche scrittore.

 

“Il racconto lungo di Filippo Caira Vintage Cafè (Cosenza: Pellegrini Editore, 2011), Premio Speciale Franz Kafka Italia ® 2011,  si incentra sul tema della conservazione intelligente del passato, della tradizione, di quanto può e deve per motivi di fondamentale importanza per la vita di ciascuno continuare a vivere e non solo essere nostalgico ricordo di ciò che non è più. In un linguaggio intensamente coinvolgente l’emozionalità del lettore, Filippo Caira svolge il suo messaggio attraverso la descrizione straordinaria di come venga fatto il caffè a Cosenza, al Caffè Europa, privo di riscaldamento e di aria condizionata, ma colmo di viva e palpitante umanità, di cui fa parte anche la sapiente attenzione per la preparazione della bevanda. La globalizzazione, pur inevitabile ed anche capace di produrre eventi positivi dal punto di vista socioculturale e politico, non deve per forza secondo Filippo Caira venire a coincidere insensatamente con un imbarbarimento a livello di umanità, mentre una sana conservazione di quanto può essere vantaggioso e bello in termini di buoni rapporti umani in una prospettiva di buon rapporto del presente con il passato per la migliore costruzione del futuro è quanto l’autore auspica nel suo racconto.”

Rita Mascialino

 

Carla Asquini è nata a Udine e risiede a Buttrio. Ha compiuto gli studi d’arte negli Stati Uniti ed ha alle spalle mostre collettive e personali in ambito europeo e d’oltre oceano, in America e in Cina fra l’altro. Il suo ambito preferenziale, non unico, è quello floreale dove aggiunge al realismo particolari simbologie.

 

“Il dipinto ad olio di ampie dimensioni di Carla Asquini donato al Premio Franz Kafka Italia ® 2011 è relativo ad una natura morta floreale che raffigura parzialmente un fiore rosso apparentemente ancora in boccio e visto in parziale prospettiva verticale, mentre più in basso mostra una corolla rossa già sbocciata e completamente aperta, così che si vede il suo splendido interno. Nel diverso stadio della fioritura, chiusa nel roseo bocciolo in verticale e aperta in rosso fuoco quasi impudicamente in basso e a lato in prospettiva frontale, si può scorgere una simbologia relativa all’essere donna: verginalmente stretta e chiusa nei suoi acerbi colori, protetta in se stessa e di aspetto riservato, anche altero nella sua erezione e chiusura, nonché consapevolezza della sua bellezza – il fiore è posturalmente eretto e non aperto –, più in basso sbocciato, mostrante tutta la sua bellezza più di quanto accada in boccio come sopra e a lato, ma non più altero, bensì reclinato su se stesso, a testa bassa per così dire, un fiore che per fiorire ha dovuto lasciare le alture del suo orgoglio ed abbassarsi più umilmente alla portata di tutti coloro che lo vogliono ammirare, come a testimoniare della sorte della bellezza, della necessità che la bellezza sia fatta per essere goduta e non debba divenire avaro e superbo possesso di chi la possiede.”

Rita Mascialino

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